Sei gradi. La sconvolgente verità sul riscaldamento globale

Intere zone inabitabili, popolazioni sterminate, molte aree del globo desertificate, altre devastate da alluvioni e uragani.
Questo l’apocalittico scenario per il futuro descritto nell’ultimo libro dello scrittore e giornalista inglese Mark Lynas “Sei gradi”, un importante saggio sulle conseguenze del riscaldamento globale, pubblicato negli Stati Uniti dal National Geographic.
Edito da Fazi, il volume in libreria a partire dal prossimo 26 settembre, verrà presentato dall’autore, il 27 settembre, al festival “Torino Spiritualità” insieme al climatologo Luca Mercalli, che ha curato anche la prefazione del volume.
Nel 2001, il Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici pubblicò uno studio sconvolgente in cui prevedeva che, se l’umanità non avesse cambiato rotta, entro la fine del secolo la temperatura globale sarebbe aumentata da un minimo di 1,4 a un massimo di 5,8 gradi.
In questo libro Mark Lynas per la prima volta descrive, grado per grado, le conseguenze di un tale cambiamento climatico sulla Terra e sulla vita di ognuno di noi. Con sei gradi in più, quasi tutte le forme di vita, compresa quella umana, scomparirebbero. Tesi, quella di Mark Lynas, frutto di uno studio rigoroso e ben documentato sugli esiti catastrofici del nostro attuale modello di sviluppo.
Il destino della Terra, sottolinea però l’autore, non è del tutto deciso.
L’umanità è ancora in tempo per invertire la rotta, o almeno per tenere sotto controllo gli effetti più devastanti del surriscaldamento del globo.

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Bombe atomiche fatte in casa

«How to build a nuclear bomb» è un manuale per costruire in casa una bomba atomica. Era in libera vendita (anche per corrispondenza) negli Usa fino al febbraio 2002. Dopo l’isteria scatenata dall’attentato dell’11 settembre pare sia stato sequestrato ma oggi si può acquistare su amazon.com. L’autore, Frank Barnaby, è un fisico nucleare testimone di un test nucleare nel deserto australiano nel 1953.

Secondo un’inchiesta condotta dall’aeronautica Usa e resa pubblica lo scorso 23 giugno dal sito web della Federazione degli scienziati statunitensi (Fas – http://www.fas.org/blog, un’organizzazione che riunisce studiosi contrari alla corsa agli armamenti), la base aerea di Ghedi fa parte dei depositi di bombe atomiche americane situati nelle basi dei paesi Nato in Europa che non rispetta gli standard di sicurezza previsti dal Pentagono.
A Ghedi sono conservate 40 testate americane di tipo B61. Si tratta di bombe di potenza compresa tra 0,3 e 300 chilotoni, cioè circa 18 volte la capacità distruttiva della bomba di Hiroshima, ma considerate ormai antiquate, che vengono usate come «arma tattica».
Secondo la Fas, che cita il rapporto «Air Force Blue Ribbon Review of Nuclear Weapons Policies and Procedures» la base di Buechel, in Germania, e quella di Ghedi, in provincia di Brescia, potrebbero rappresentare un problema per la sicurezza degli ordigni che vi sono custoditi.
In totale, secondo la Fas, in Europa e Turchia si troverebbero tra 200 e 350 testate Usa. Di queste 50 ad Aviano, e tra 20 e 40 a Ghedi; tra 50 e 110 in Gran Bretagna a Lakenheath; tra 10 e 20 in Germania a Buechel, lo stesso in Olanda a Volkel così come in Belgio a Kleine Brogel. Tra 50 e 90 testate B61, infine, sarebbero custodite in Turchia nella grande base di Incirlik.
Si tratta di una ulteriore conferma di quello che cinque cittadini italiani ed il Comitato Via le bombe, sostenuti dall’associazione internazionale di avvocati contro le armi nucleari Ialana, hanno esposto nella causa civile contro il Ministero della difesa degli Stati Uniti per chiedere la rimozione delle bombe atomiche dalla base di Aviano (22 dicembre 2005).

L’8 luglio è la data in cui la Cassazione discuterà se la presenza di atomiche in Italia sia o meno ammissibile.

Venerdì 4 luglio, alle 11,30, a Roma si svolgerà una conferenza stampa per illustrare motivazioni e portata dell’azione legale in corso contro il governo Usa in cui si chiede la rimozione delle atomiche depositate nella base di Aviano. Saranno presenti i promotori della causa ed i loro legali. L’appuntamento è presso l’ufficio per l’Italia del Parlamento Europeo, in via IV Novembre 149.

Una vita da libraio

Da una parte ci sono asettici scaffali ordinati per nome, per casa editrice. Un muro di libri. Selve di pagine e locandine che promuovono bestseller. Le «ultime novità» ti aspettano fameliche appena entri. Sono il vero affare delle grandi librerie, ormai tutte in «franchising ». Cerchi un libro? Puoi consultare liberamente un terminale, che ti dice dove trovarlo. I commessi sono lavoratori precari. E la grande distribuzione la fa da padrona. A scegliere cosa vendere sono i grandi gruppi editoriali e le grosse case editrici, che comprano gli scaffali e poi li riempiono.

Dall’altro lato ci sono piccole librerie «fatte in casa». Ci lavorano poche persone, artigiani che seguono ogni singolo lettore, e ogni singolo libro, rispondono a curiosità e richieste. Fanno una cosa strana: dialogano. Da questa parte del mondo dei libri però la vita è dura, si è strozzati dalla grande distribuzione e dal perverso meccanismo degli «sconti». Però è solo qui che si riescono a scovare titoli rari, che scalpitano per essere conosciuti. È il mondo delle librerie indipendenti.

«Io sono quello che lavora dietro il bancone, quello che non si vede mai–dice Pietro Porceddu, della libreria «La pergamena» di Oristano–Siccome la libreria è piccola e non abbiamo molto spazio, come magazzino utilizziamo casa nostra». La libreria di Pietro e Elisabeth, la sua compagna, è specializzata nella ricca letteratura e saggistica sarda: «Per quel che ne so è la più ampia nel panorama italiano», dice Pietro. Sugli scaffali de La Pergamena spiccano i libri delle piccole case editrici. «È un lavoro complicato, come quello della gestione della fornitura, della richiesta e della resa dei libri», aggiunge Pietro. Lui ne sa qualcosa perché si occupa della parte amministrativa e dell’archivio. «Essendo piccoli non possiamo ordinare molti libri – spiega–Con la maggior parte dei fornitori delle case editrici abbiamo la possibilità di restituire quelli non venduti. Normalmente però c’è una percentuale massima di resa. Ad esempio, se su mille euro di libri riusciamo a venderne 600, sui 400 euro di libri che restano, e che vanno resi, facciamo delle scelte che servono a qualificare sia la libreria che l’offerta. Cerchiamo infatti di proporre anche libri ‘difficili’, perché riteniamo sia importante che vengano letti. Con questo tipo di scelta capita però che un libro resti sugli scaffali anche per due anni». «Per le rese – continua Pietro–devi chiedere una autorizzazione e, oltre ai pacchi e pacchetti, devi fare anche un elenco che comprende ogni singolo libro e ogni singolo prezzo. È un sacco di lavoro e molti di questi titoli non ti vengono neanche accreditati. Se chiedi spiegazioni, ti senti rispondere semplicemente che il libro ‘non era sulla lista’».

Niente a che vedere con la grande distribuzione, che non fa resa perché compra solo i libri che sa che riuscirà a vendere. In più, acquistandone grosse quantità, ottiene dalle case editrici uno sconto fortissimo, anche più del 50 per cento. Per le piccole librerie si parla invece solo di un 28 per cento.
«Tenere aperta una piccola libreria ormai è una lotta», dice Mario Azzalini della libreria «Il Punto» di Vittorio Veneto [Treviso]. «Siamo diventati i facchini degli editori – spiega–Ci inondano di novità perché devono fare lavorare il più possibile le tipografie, che nel caso della Mondadori sono di Berlusconi. Il problema del mercato è anche questo: ci sono degli editori che hanno anche le tipografie e se per caso, come per la Mondadori, quest’anno le vendite non tirano, devono comunque far lavorare le tipografie. Così la Mondadori prima ha inventato i libri allegati ai giornali, poi ha stampato le novità che, pur sapendo in partenza che non venderanno, mandano a noi librai, già fatturate. Si finanziano in questo modo, con il lavoro delle librerie».
Questo perverso meccanismo è il cosiddetto «ordine d’ufficio», che «non si può rifiutare–spiega ancora Mario – è una specie di ‘patto mafioso’. Se rifiutassi un ordine alla Mondadori e comprassi solo quel che mi serve, comincerebbero a togliermi delle agevolazioni, ad esempio abbassando la percentuale di sconto. Fanno in modo che non si possa dire di no».

Nonostante questo c’è chi prova, riuscendoci, a sopravvivere nella giungla del mercato. La libreria si chiama «Rinascita» e ha aperto a Romalo scorso settembre, nel quartiere di Centocelle. Libreria indipendente. «La nostra apertura è stata molto apprezzata dagli abitanti – spiega Flavia Castelli–effettivamente serviva un luogo che, oltre a vendere libri, fosse anche un centro culturale dove organizzare presentazioni, dibattiti e concerti».
Il lavoro di Rinascita supera le mura della libreria, e incontra quello delle numerose associazioni, scuole e biblioteche del territorio. «La nostra libreria riesce a fare un po’ di concorrenza al megastore, è abbastanza grande e c’è anche la caffetteria, ma soprattutto nel piccolo ricrea l’atmosfera della vecchia libreria, dove c’era il libraio a consigliarti. È forse questo che attira le persone, il rapporto diretto con il cliente, a cui teniamo particolarmente».