I No Dal Molin accusati di disastro ambientale


Questa mattina tre militanti del Presidio Permanente No Dal Molin di Vicenza hanno subito perquisizioni in casa, e il sequestro di materiale informatico: cd, dvd e hardisk, per l’attentato dello scorso luglio all’oleodotto militare Nato La Spezia-Aviano. L’oleodotto in questione passa in prossimità della base Usa ed è stato costruito alla fine degli anni Settanta per trasportare carburante agli aeroporti militari del nord: Ghedi [Brescia], Villafranca [Verona], Istrana [Treviso], Aviano [Pordenone] e Rivolto [Udine]. I tre sono accusati di «distruzione, tramite incendio, di edificio», «fabbricazione e detenzione di materiale esplodente» e «disastro».

Secondo i No Dal Molin le perquisizioni sarebbero collegate alla denuncia di disastro ambientale che il Presidio ha fatto lo scorso 10 marzo in seguito alla falla aperta nell’oleodotto–all’altezza del comune di Monticello Conte Otto, frazione Gavazzale–che ha inquinato le acque dell’Astichello e del Bacchiglione, i corsi d’acqua che attraversano Vicenza, con 1600 di litri di kerosene ma anche le falde acquifere che forniscono di acqua potabile, oltre alla provincia di Vicenza, anche quella di Padova: uno dei bacini idrici sotterranei più grandi d’Europa.
Sull’incidente sono partite varie interrogazioni dei Verdi veneti in Parlamento ma anche in Regione e in Provincia a Padova. Loro, insieme ai militanti del Presidio, hanno da subito sottolineato come l’incidente debba richiamare «ancora una volta in primo piano in questo territorio la questione delle servitù militari, la dipendenza alle esigenze delle basi militari Nato e americane». Ma i No Dal Molin denunciano anche il tentativo di mettere a tacere l’accaduto, «un vergognoso tentativo di insabbiare tutto per non far emergere le responsabilità americane e i danni che possono provocare al territorio le installazioni militari». Accusano Paolo Costa, il commissario governativo che segue l’iter per la realizzazione della nuova base americana all’aeroporto Dal Molin di mantenere sulla vicenda «il più stretto silenzio. Il suo è un insulto alla città».

«Nei giorni in cui il presidio denuncia con forza il disastro provocato dall’incidente all’oleodotto militare, qualcuno ha pensato bene di rispolverare l’attentato avvenuto dieci mesi fa alla stessa struttura e di puntare il dito contro che si batte per difendere Vicenza. Abbiamo il sospetto che non sia una coincidenza», dicono oggi i No Dal Molin che hanno convocato una conferenza stampa questa mattina alle 12,30 sotto il tendone del Presidio permanente.
«In assemblea intanto abbiamo deciso di cambiare indirizzo – spiega Francesco Pavin del Presido–Questa sera infatti avevamo in programma una iniziativa con la consegna delle oltre 6 mila firme, che abbiamo raccolto in solidarietà alla lotta contro il Dal Molin, al prefetto, al presidente della provincia e al commissario prefettizio del comune. Ma dopo le perquisizioni di questa mattina domani andremo a fare un presidio sotto la procura domani per denunciare quello che è successo. Questo come prima risposta».
Questa sera ci si ritrova tutti alle 21 sotto il tendone del presidio per una riunione straordinaria, mentre domani alle 17 i No dal Molin consegneranno le ampolle con l’acqua inquinata dal kerosene al prefetto. La sera, alle 20,30, ci si sposta al laghetto per l’assemblea di «Vicenza Libera» la lista «fuori dal comune»–si legge sul sito http://www.vicenzalibera.it–con la quale il presidio si è candidato alle elezioni amministrative di aprile.
Sabato 29 poi i No dal Molin si ritroveranno in città per raccogliere le firme dell’esposto da presentare in Procura per l’incidente mentre domenica 30 è in programma la «Bicimanifestazione» per le strade della città, «Attraverseremo Vicenza con le nostre bici mettendo in pratica delle iniziative simboliche per abbozzare un primo schizzo della città che vogliamo», dicono. L’appuntamento è alle 15 in piazza Matteotti.

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Siamo tutti «Banditi del clima»

Le foto di 130 banditi campeggiano sul sito di Greenpeace www.greenpeace.org. Sono i «Banditi del clima», auto-schedati per protestare contro la decisione del questore di Brindisi che ha allontanato dalla città [ma anche dalle frazioni] dodici attivisti dell’associazione ambientalista per ben tre anni. Per Salvatore Margherito, il questore, loro sono «socialmente pericolosi» perché all’alba del 30 novembre dell’anno scorso sono entrati nella centrale a carbone Enel di Cerano-Brindisi sud [classificata come la più inquinante d’Italia] e hanno esposto striscioni di protesta contro il carbone «1st climate killer in Italy»: primo killer del clima in Italia.

È la prima volta che nel nostro paese viene adottato un provvedimento del genere contro una associazione ambientalista che però lo ha subito impugnato. «Questa legge è stata sino ad oggi applicata soltanto verso soggetti appartenenti ad associazioni a delinquere o di stampo mafioso o a soggetti conclamati come socialmente pericolosi quali non possono certamente ritenersi gli ecopacifisti»–dicono quelli dell’associazione che aggiungono: «L’iniziativa del questore rischia di diventare un grave precedente che limita il diritto di manifestare in modo pacifico».

«L’azione che abbiamo fatto si colloca all’interno della campagna per la salvaguardia del clima – dice Alberto, il bandito numero 8 della lista – L’Enel è una delle più grosse aziende produttrici di CO2 in Europa e la più grande in Italia così abbiamo più volte fatte azioni dimostrative per ricordare all’azienda di cambiare la sua ‘rotta’. Questa è stata una delle più eclatanti, insieme ad altre due-tre». Qualche giorno prima, infatti, gli attivisti si sono ritrovati a Cagliari per scaricare davanti al palazzo della Regione sacchi di carbone contro la politica energetica del presidente Soru. Poi a Civitavecchia i climber si sono arrampicati su una gru della centrale di Torre Valdaliga nord appendendo un enorme striscione per denunciare la riconversione a carbone dell’impianto, che allontana l’Italia dagli obiettivi di Kyoto. E come non ricordare il Wec, il Congresso mondiale dell’energia, lo scorso novembre a Roma? Anche in questo caso gli scalatori sono entrati in azione alla Fiera di Roma, dove si sono incontrati i delegati dei governi, srotolando uno striscione su cui campeggiava la scritta «Chiudiamo la follia nucleare. Rivoluzione energetica subito».

«Il provvedimento ci ha toccato parecchio – continua Alberto – Siamo stati presi per criminali, cosa che pensiamo di non essere affatto». Alberto è siciliano quindi dice «a Brindisi non ci andrò tanto spesso. Però ci sono alcuni ragazzi pugliesi per i quali il provvedimento potrebbe essere un problema reale. Siamo un po’ tutti amareggiati perché, come al solito, quando si vanno a toccare i grandi si scatena un putiferio, quindi ci siamo tutti attivati per far conoscere la cosa al di fuori di Brindisi, anche attraverso il sito, e molte persone ci stanno rispondendo, si stanno unendo alla protesta diventando ‘Banditi del clima’».
Per far parte dei Banditi ci vogliono tre semplici mosse, come è spiegato sul sito. Si può scaricare il cartello con la scritta «Bandito/bandita del clima» in pdf per poi stamparlo su un folgio A4, scattarsi una foto con il cartello bene in evidenza, e inviare la foto utilizzando l’apposito modulo.

E, sempre a proposito di emissioni di CO2, Greenpeace ha pubblicato la versione italiana del sito «Good car?», una guida all’acquisto dell’automobile più efficiente [una rarità nell’attuale panorama in cui le auto sono sempre più giganti e inquinanti] e ad usarla quando proprio non possiamo farne a meno. «Le industrie automobilistiche avevano promesso di ridurre le emissioni medie delle nuove auto a 140 grammi di CO2 per chilometro entro il 2008-2009 – ha detto Giuseppe Onufrio, direttore delle Campagne di Greenpeace–In realtà questo accordo volontario è stato disatteso e la media attuale delle auto vendute in Europa è di circa 160 grammi».

Corteo No Inceneritore – Albano – 15 Marzo 2008

I «cortili d’Italia» in difesa dell’ambiente e della salute

Marigliano, in provincia di Napoli, è conosciuta per far parte con Acerra e Nola del «triangolo della morte». Un triangolo zeppo di discariche di rifiuti tossici, dove l’incidenza dei tumori è più la più alta in Italia. Secondo alcune ricerche su 100 mila abitanti la malattia sfiora il 35.9 per cento per gli uomini e il 20.5 per le donne, quando la media nazionale si attesta intorno al 14. Da qui la gente è costretta a fuggire, altri esasperati e impauriti chiedono addirittura «asilo politico». Lo hanno fatto ad esempio Giusi e Sergio, napoletani di Cimitile, comune della regione del nolano a cinque chilometri da Marigliano, che a febbraio hanno chiesto asilo in Svizzera perché hanno spiegato «Abbiamo paura, vivere qui è diventato impossibile, il numero delle malattie tumorali ed i morti per cancro è aumentato in modo impressionante». E poi Giusi a febbraio era al quinto mese di gravidanza, voleva proteggere il suo bambino.

A Marigliano il super-commissario Gianni De Gennaro ha deciso di aprire un «sito di stoccaggio provvisorio» per i rifiuti, i cittadini si organizzano in un presidio, uno dei tanti – insieme a quello di Giugliano e di Pianura–nati nella regione. Qui i cittadini fanno la raccolta differenziata da anni, la discarica non la vogliono. Si oppongono pacificamente ma a fine gennaio vengono caricati dalla polizia, il sindaco – Felice Esposito Corcione–in testa. In molti finiscono in ospedale, molti i bambini. Oggi è arrivata la notizia di nuovi scontri davanti al sito, ancora tanti i contusi, anche se le agenzie hanno parlato soprattutto di un «agente aggredito».
I presidianti sono tanti, in media duecento, molti di loro sono agricoltori e domani pomeriggio, sabato 15, andranno ad Acerra per partecipare, insieme agli agricoltori acerrani, ad una manifestazione contro l’inceneritore, i Cip6 e l’ultima ordinanza di Romano Prodi che consente di bruciare le «ecoballe» all’interno dell’impianto. Anche qui da giorni, in località Pantano – il sito di stoccaggio delle ecoballe – gli agricoltori presidiano la zona impedendo ai camion di entrare perché dicono: «I nostri prodotti sono buoni, ma nessuno li vuole più, siamo rovinati». Il corteo partirà da piazza Duomo alle 16,30 e sfilerà per le strade cittadine.

Oltre che in Campania contro gli inceneritori sabato si manifesta anche in Emilia Romagna e nel Lazio: a Parma e ad Albano Laziale [Roma]. A Parma, sede dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, Comune e Provincia hanno deciso la costruzione del «Polo Ambientale Integrato» all’interno del quale sarà costruito un inceneritore. La giornata inizia alle 10 con un incontro dal titolo «Non inceneriamo la FoodValley» all’aula congressi della facoltà di economia, via Kennedy 6, al quale parteciperanno tra gli altri Patrizia Gentilini, oncoematologa Isde Italia, e Rossano Ercolini, Rete Nazionale Rifiuti Zero.
Sempre sabato 15 mobilitazione contro la costruzione di un ennesimo «termodistruttore» nell’area di Roncigliano invece si costituirà in un corteo pomeridiano [ore15], organizzato dal Coordinamento contro l’inceneritore www.noinceneritorealbano.it, che partirà da piazza Mazzini.

Marigliano, Acerra, Parma e Albano probabilmente faranno parte dei «193 casi di contestazioni locali, il 51,5 per cento dei quali in alta Italia» censiti dal Nimby Forum dell’associazione Aris, Agenzia di Ricerca Informazione e Società, come scrive oggi il Sole 24 ore parlando della «sindrome Nimby», l’acronimo inglese per «Not In My Back Yard», ossia «Non nel mio cortile». Il giornalista Jacopo Giliberto scrive che il rapporto dell’Aris è «un censimento di sconfitte». Da 171 le opere bloccate o in ritardo per le proteste della popolazione passano a 193. Ma se guardiamo bene i tanti presidi, le mobilitazioni, Val di Susa in testa, ci hanno insegnato una cosa e cioè che se si lotta lo si fa per proteggere e preservare la salute e l’ambiente di un grande cortile nazionale che è il nostro paese.

Greenpeace all’assalto del nucleare slovacco

Gli attivisti di Greenpeace vestiti con le ormai note tute di colore giallo lo scorso 7 marzo avevano bloccato l’entrata della sede principale di Erste Bank, nel centro di Vienna, per protestare contro la decisione della banca di finanziare il completamento dei due reattori nucleari di Mochovce, in Slovacchia, a circa 550 chilometri da Venezia.

Il progetto per la costruzione dei reattori risale agli anni ’70 e come da tempo denuncia l’associazione ambientalista: «Non hanno nessun guscio di contenimento che possa prevenire il rilascio di radioattività nell’ambiente nel caso di incidente rilevante». In questo caso la cosa è ancora più complicata perchè non c’è neanche la Via, la valutazione d’impatto ambientale, obbligatoria secondo le normative europee.
«La scusa – dicono quelli di Greenpeace–è che l’autorizzazione a costruire venne data nel 1986, prima dell’entrata in vigore della Direttiva europea sulla Via». «La Via è fondamentale per dare l’opportunità ai cittadini di partecipare al processo decisionale, presentando osservazioni al progetto», aveva commentato giorni addietro Karel Polanecky, responsabile campagna nucleare di Greenpeace in Slovacchia, dichiarando l’intenzione dell’associazione di citare in giudizio il governo slovacco.
Negli anni il progetto ha subito numerosi cambiamenti e secondo la legislazione europea e i regolamenti della Corte europea di Giustizia «I progetti con una licenza pregressa alla nuove norme europee devono ugualmente essere sottoposti a Valutazione di Impatto Ambientale nel caso di modifiche sostanziali», aveva aggiunto Eva Kovacechova, legale di Greenpeace.

Oggi gli attivisti sono tornati alla carica davanti alle agenzie di Banca Intesa Sanpaolo dando vita in 21 città [tra cui Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli, Palermo e Catania] ad una nuova protesta contro la centrale nucleare. Banca Intesa, come la Erste Bank, ha deciso di finanziare il progetto e ad oggi ha messo ha disposizione bel cento milioni di euro. Gli attivisti hanno consegnato volantini informativi ai passanti sui quali si poteva leggere i gravi rischi connessi al completamento dei reattori di Mochovce.

A Catania, ad esempio, si sono trovati davanti agli sportelli del gruppo finanziario, in Corso Italia 91. «Si tratta di un progetto estremamente pericoloso perché i reattori non hanno alcun guscio di contenimento che possa proteggerli da eventi esterni come la caduta di un aereo», ha affermato Claudio Chibbaro, responsabile del Gruppo locale di Greenpeace-Catania.

Al progetto partecipa anche l’italiana Enel, che ha allungato gli artigli anche sulla centrale nucleare Belene in Bulgaria. Come non potrebbe del resto? La centrale, infatti, è di proprietà della Slovenske Elektrarne, che dal 2005 al 66 per cento appartiene all’Enel che ha deciso di completare i reattori entro il 2012 dopo l’accordo siglato un anno fa il primo ministro slovacco Robert Fico e l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti.

Altra questione è anche quella dell’economicità del progetto che, come ha detto il direttore delle Campagne di Greenpeace, Giuseppe Onufrio «è fortemente discutibile: 1.9 miliardi di euro per 880 Megawatt, pari a cinque volte il costo di una centrale a gas della stessa potenza. Comprare una Duna al prezzo di una Ferrari significa buttare i soldi dalla finestra e mettere a rischio la vita dei passeggeri. Attualmente Enel investe nel nucleare tre volte tanto che nelle rinnovabili». Insomma di «Rivoluzione dell’efficienza», come titola l’ultimo rapporto di Greenpeace sull’efficienza energetica, non se ne parla ancora. Un dato su tutti: nel nostro paese con sistemi di controllo automatico e non, in grado di spegnere i macchinari quando non lavorano, sarebbe possibile entro il 2020 risparmiare 6,5 miliardi di kilowattora all’anno, pari alla quantità di elettricità prodotta in un anno da una centrale da mille Megawatt.

L’8 marzo di Lucia e del presidio di Taverna del Re

In questi giorni all’ospedale Cardarelli di Napoli il via vai di gente è aumentato. Da quando Lucia De Cicco è ricoverata qui, dopo essersi data fuoco giorni fa davanti alla discarica di Taverna Del Re a Giugliano per protestare contro la sua riapertura, quelli dell’associazione «Napoli vive io la difendo»–di cui anche Lucia fa parte – presidiano l’ospedale oltre che la discarica. Vengono a portare la solidarietà a Lucia che ha anche iniziato uno sciopero della fame e della sete. «Questa è la nostra Via Crucis – ha spiegato Carla dell’associazione che era con lei quel giorno–speriamo presto di poter festeggiare la nostra Pasqua».

Gli amici di Lucia, i compagni del presidio, sono molto preoccupati. La sua voce sta diventando sempre più flebile, «ma ci preoccupa ancora di più la sua determinazione a continuare ad oltranza questa protesta – dicono–Lucia ha tenuto in questi giorni spiegare che il suo non è stato un gesto folle, ma che quell’incidente è stato il frutto della disperazione. Continue intimidazioni, minacce, richieste di documenti, pressioni sulle persone, fino ai fermi insensati di sabato scorso di tre manifestanti. Più diventa assurdo ed ingiusto l’utilizzo di Taverna del Re più diventa tracotante la prepotenza di chi ha deciso che noi dobbiamo subire, proprio perché siamo più deboli, dobbiamo subire».

Domani 8 marzo al presidio di Taverna del Re ci sarà una grande manifestazione in solidarietà con Lucia. «Parliamo di Lucia, non lasciamola sola a condurre questa lotta – dicono ancora quelli del presidio–rompiamo il muro di indifferenza e di isolamento che circonda la sua vicenda perché alla sua protesta del digiuno non segua un gesto disperato, perché venga affermato che chi lotta per i proprio diritti non è solo, isolato, deriso, ma che trova una comunità al suo fianco di donne e uomini che sanno alzare la testa». I lavori di questo «presidio allargato» ad altre associazioni, come la rete Salute e Ambiente e la Rete Rifiuti Zero, inizieranno alle 17. «Si parlerà di come uscire dalla gestione commissariale, del ritorno alla democrazia, della speranza della chiusura di Taverna Del Re», dice Mimmo. E stasera, per la festa della donna, performance, musica, installazioni e mostre in piazza San Domenico Maggiore a Napoli a partire dalle 21.

Nella tarda serata di ieri il Consiglio comunale di Napoli ha approvato la delibera sul Piano per la raccolta differenziata dei rifiuti che prescrive, tra l’altro, che la città dovrà raggiungere il 50 per cento di raccolta differenziata entro il 2009, il 60 per cento entro il 2011 ed il 65 nel 2012. Sono stati anche individuati due siti dove sarranno collocate le isole ecologiche e tre aree che serviranno ad ospitare i siti di compostaggio, rispettivamente nell’ex Icm a Ponticelli, nel Parco delle colline di Chiaiano e a Bagnoli.
E’ un segnale forte quello lanciato dal Comune, qualcosa inizia a muoversi, almeno questa è la speranza di molti. Ma poi se si ascoltano le dichiarazioni odierne di Walter Veltroni il dubbio ti assale. «Dei veri ambientalisti dovrebbero preferire dei termovalorizzatori piuttosto che le discariche, perché in questo modo i rifiuti potrebbero produrre tanta energia da illuminare intere città».
Chi potrà spiegargli che gli inceneritori sono dannosi per la nostra salute, che sono sovvenzionati dalle nostre tasche attraverso la bolletta dell’Enel e dai Cip6?

Veltroni avrebbe dovuto ascoltare le parole di Camillo Piazza, vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, che oggi dai microfoni di Ecotv ha detto: «In questo momento il problema vero è che le politiche ambientali non vengono realizzate dagli ambientalisti bensì dalle banche e dai poteri forti che hanno deciso, come per i Cip 6, di portarsi a casa più soldi possibili». E ha aggiunto: «La società Impregilo, nonostante la Procura di Napoli gli abbia tolto un patrimonio di 730 milioni, non fallisce perché le banche hanno deciso di finanziarla e quindi di farla andare avanti».

Proroga per Taverna del Re. Acerra contro le «ecoballe»

Chissà cosa direbbero gli ispettori dell’Unione europea di fronte alla decisione del supercommissario Gianni De Gennaro di prorogare per altri cinque giorni l’apertura della discarica di Taverna del Re nel comune di Giugliano [Napoli].

I commissari intanto aspettano una risposta importante dall’Italia. C’è tempo fino alla mezzanotte di oggi perché il nostro paese risponda alla richiesta di parere motivato inviata dalla Commissione europea per chiarire l’«emergenza rifiuti» in Campania e pare che il ministro per le politiche comunitarie, Emma Bonino, sia all’opera per stendere una lettera che convincente dev’esserlo per forza. L’Italia infatti rischia una multa giornaliera che va da un minimo di 9.920 euro ad un massimo di 714 mila euro.

«Non ci sono più parole per commentare l’ennesima proroga all’apertura di Taverna del Re», dicono i cittadini che da mesi presidiano la discarica e che ieri sera hanno ricevuto la visita di uno dei dirigenti del Commissariato per l’emergenza rifiuti, e vice prefetto di Latina Antonio Reppucci. E’ lui che ha portato la brutta notizia «inscenando–dicono i cittadini–una ‘trattativa’ davvero sui generis, in cui unica possibilità di scelta per i comitati era accettare le decisioni prese. Prendere o lasciare. Questa è la ‘democrazia’ offerta a chi da mesi si sta sacrificando per il proprio territorio manifestando in maniera civile e non violenta».
Dal Comune di Giugliano il sindaco, Francesco Tagliatatela, annuncia di voler impugnare la nuova ordinanza «per contrastare queste scelte che non tengono conto della legittima battaglia di salvaguardia ambientale condotta dalla nostra comunità e dall’amministrazione comunale. Sia chiaro: ribadiamo il nostro fermo no allo sfruttamento indiscriminato del nostro territorio».
Nonostante tutto il presidio va avanti. «Continueremo la nostra protesta, cercando, quando possibile e nelle forme sempre attuate, di bloccare l’afflusso dei camion perché si sappia che a Giugliano c’è ancora uno scampolo di democrazia», dicono ancora i presidianti che oggi pomeriggio dalle 15 si sono trovati l’ospedale Cardarelli per manifestare solidarietà a Lucia. Lei ha iniziato da ieri uno sciopero della fame dopo essersi data alle fiamme venerdì scorso davanti alla discarica per protestare contro la riapertura. Alcuni di loro però sono rimasti davanti i cancelli di Taverna del Re per continuare a presidiare il sito ma, soprattutto per bloccare i tir che trasportano le «ecoballe». «Facciamo appello a tutte le forze democratiche e a tutti i cittadini, affinché assicurino una loro presenza presso il presidio – dicono–per lanciare l’ennesimo grido di disapprovazione, opponendosi con i propri corpi allo scempio che si sta consumando sulla salute dei cittadini. Solo una partecipazione massiccia può fermare i tir».

Dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’ordinanza firmata da Prodi che autorizza l’incenerimento delle ecoballe [si parla di circa 7 milioni di pezzi] nell’impianto di Acerra [in costruzione], il Comune di Acerra questa mattina ha deciso di impugnarla durante una seduta di Giunta, dopo aver commemorato con un minuto di silenzio i morti sul lavoro a Molfetta. «Tale disposizione–recita l’atto deliberativo del Comune guidato da Espedito Marletta [Prc]–è palesemente illegittima in quanto il costruendo inceneritore di Acerra non può essere alimentato con tali tipologie di rifiuti».
C’è un documentario che denuncia la tragedia dei rifiuti campani. Si chiama Biutiful cauntri, uscirà in venti sale il 7 marzo prossimo, per la regia di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero. Ma il presidente dell’associazione nazionale allevatori specie bufalina [Anasb], Raffaele Garofalo, si è detto «profondamente deluso e amareggiato dal contenuto del film» che tra l’altro è stato premiato al festival del cinema di Torino. Lui annuncia che chiederà i danni «contro gli autori di questa pellicola, dal contenuto denigratorio».