Dopo il nulceare a rischio il referendum sull’acqua?

Dopo aver bloccato il referendum sul nucleare il governo ci riprova e pensa ad un decreto per bloccare il referendum sull’acqua. L’escamotage sarebbe un passaggio di competenze sulle tariffe dell’acqua all’Autorità per l’energia. In questo modo il referendum decadrebbe.

Secondo i promotori del referendum però sarà molto difficile bloccare il referendum sull’acqua poiché l’abrogazione di una parte dell decreto Ronchi, che contiene anche le norme che privatizzano la gestione dell’acqua, non basterebbe a bloccare entrambi i quesiti.

Il primo quesito, infatti, propone l’abrogazione dell’art. 23 bis della Legge n. 133/2008, relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici che il governo Berlusconi vuole affidare ai privati.

Il secondo, invece, fa riferimento alle norme di privatizzazione previste dalla legge Galli (1994), che ha introdotto il concetto di “ciclo integrato dell’acqua”, di un unico gestore per l’intero ciclo, e ha imposto che i cittadini paghino in bolletta il 7% di quanto il gestore ha investito. Proprio quest’ultimo comma sarebbe difficile da abrogare, ha spiegato il Comitato, perché “consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa”.

Abruzzo, la Regione degli idrocarburi


L’Abruzzo potrebbe diventare la Regione degli idrocarburi dopo che lo scorso 28 marzo il Ministero dell’ambiente ha concesso alla irlandese Petroceltic Elsa la Via (Valutazione d’impatto ambientale), che le consentirà d’iniziare le esplorarazioni in mare in cerca di idrocarburi.
Cosa significa questo? Che la società potrà esplorare i fondali anche con l’ausilio di micro-esplosioni che le permetteranno di ricercare il petrolio. Se i dati raccolti saranno positivi, si potrebbe realizzare un pozzo esplorativo in un’area a 40 chilometri dalla costa, a soli 26 chilometri dalle Isole Tremiti, riserva naturale marina e area marina protetta della Puglia.
“E’ semplicemente assurdo autorizzare una ricerca di petrolio a poca distanza dalle isole Tremiti e dal quel magnifico patrimonio ambientale che è la riserva marina”, il commento del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, – E’ noto che in quell’area il petrolio sia di scarsa qualità. E allora perché autorizzare una ricerca sismica? La Regione sta valutando iniziative giuridiche”.
“L’Adriatico é uno ‘stagno’ – presidente del Consiglio regionale della Puglia, Onofrio Introna – quasi un lago chiuso sul quale si affacciano milioni di cittadini, balcanici e italiani. La preoccupazione, che penso non potrà sfuggire ad un’autorevole rappresentante del governo nazionale come il ministro Prestigiacomo, è che un incidente come quello del golfo del Messico condannerebbe a morte milioni di europei”.

Abruzzo, Molise, Puglia, ma anche Marche, Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Emilia Romagna uniscono le forze contro le trivellazioni e domani, 22 aprile a partire dalle 10.30, alla sala Guaccareo del Consiglio regionale di Bari, il gruppo di Sinistra ecologia libertà presenterà una proposta di legge alle Camere che vieta le ricerche e le coltivazioni di idrocarburi liquidi lungo le coste adriatiche. L’articolo 121 della Costituzione italiana, infatti, recita come i consigli regionali e i suoi membri possano proporre alle camere iniziative legislative che riguardino competenze specifiche del governo.

“Puntando sul petrolio – ha spiegato il vicepresidente di Legambiente Sebastiano Venneri – si rischia di ipotecare il futuro delle nostre coste e di attività economiche come il turismo di qualità. Per una tutela davvero efficace dunque non basta il divieto di perforazioni entro le 5 e 12 miglia dalla costa ma serve un divieto tout court in Italia e in tutto il Mediterraneo a partire dalle aree dove incombono le trivelle con il Golfo della Sirte in Libia e il Canale di Sicilia”
Secondo i dossier “Texas Italia e Marea nera” di Legambiente, l’Italia, attraverso 12 raffinerie, 14 grandi porti petroliferi e 9 piattaforme di estrazione off-shore, movimenta complessivamente oltre 343 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi all’anno a cui vanno aggiunte le quantità di petrolio e affini stoccati in 482 depositi collocati vicino al mare, che hanno una capacità di quasi 18 milioni di metri cubi.
Ancora, oltre ai 76 pozzi già esistenti ci sono altre aree d’Italia a rischio trivelle.
Ad oggi infatti nel Belpaese sono stati rilasciati 95 permessi di ricerca di idrocarburi, di cui 24 a mare, interessando un’area di circa 11 mila chilometri quadrati. A questi si devono aggiungere le 65 istanze presentate solo negli ultimi due anni, di cui ben 41 a mare per una superficie di 23 mila kmq.

Dietro front sul nucleare? Un trucco del governo


Oggi il Governo ha deciso di rivedere le sue posizioni sul nucleare decidendo di abrogare le norme per la realizzazione di nuove centrali atomiche. Il Consiglio dei ministri, in fatti, inserendo un emendamento nella moratoria, già per altro prevista nel decreto legge Omnibus all’esame del Senato, ha di fatto revocato tutte le norme previste per la realizzazione di nuovi impianti.
“Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare”, si può legge nel testo.

Questa decisione dovrebbe incidere sul referendum sul ritorno al nucleare del 12 e 13 giugno, annullandolo.
”Ad una lettura più approfondita l’emendamento di sospensione sine die del programma nucleare presentato al Senato ha le conseguenze di un’abrogazione delle disposizioni sottoposte a quesito referendario ma non del complesso di norme che hanno rilanciato il nucleare in Italia. Questo significa che in realtà si dovrebbe andare in ogni caso alle urne – ha spiegato Stefano Leoni, presidente del Wwf Italia – Un Governo autorevole deve avere il coraggio di parlare senza fraintendimenti al popolo che rappresenta. Non può permettersi di giocare con le parole”.

Anche Greenpeace è scettica. “Il Governo ha paura dell’opinione degli elettori”, spiega l’associazione ambientalista in un comunicato. Insomma, questo è un caso di “furbizia preventiva che coglie un dato reale: la forte opposizione degli italiani al nucleare”. Il Governo starebbe solo cercando di “prendere tempo, abrogando solo alcuni punti della legge, per evitare che gli italiani si esprimano attraverso il referendum e poi tornare a riproporre il nucleare tra un anno”. Greenpeace conclude: “se il Governo italiano volesse fare seriamente dovrebbe reintrodurre gli incentivi sulle fonti energetiche rinnovabili, al momento completamente paralizzate dallo scellerato decreto Romani. Greenpeace chiede di adottare il sistema tedesco, alzando gli obiettivi per l’eolico e il fotovoltaico”.