Moltheni torna con “I Segreti del Corallo”


Esce dopo circa due anni d’attesa il nuovo album di Moltheni dal titolo “I Segreti Del Corallo”.
Concepito seguendo le direttive tecniche della produzione affidata all’esperienza di Giacomo Fiorenza, e realizzato secondo criteri usati 40 anni fa, questo nuovo lavoro di Moltheni appare piu’ che mai, come il piu’ maturo e simbolico che il cantautore emiliano ci aveva regalato fino ad ora, e quindi estremamente rappresentativo di quel nuovo movimento folk di cui Moltheni appare oggi, il maggior rappresentante nella scena alternativa Italiana.

Come una sorta di rituale pagano, nei “I Segreti Del Corallo”, Moltheni sembra essersi spinto su territori visionari ed oscuri decisamente nuovi dove dolcezza e psichedelia viaggiano a braccetto, su tappeti e intrecci di chitarre assolutamente ipnotici, e dove la forma poetica delle liriche giunge come un fiume al mare, in una pace dei sensi, di rara bellezza.

Un album di grande e delicata poesia, con brani capaci di delineare un nuovo ciclo per la musica d’autore italiana.

www.moltheni.org
www.myspace.com/moltheni

Domani “Jatevenne day”

Vogliono distruggere il nostro territorio. Vogliono avvelenare l’aria, la terra e le falde acquifere. Vogliono distruggere le prospettive di sviluppo della zona.
Vogliono costringerci a cambiare casa, a stare ore ed ore nel traffico.
Vogliono costringerci ad emigrare. Vogliono farci credere che con discariche ed inceneritori si risolve il problema dei rifiuti.

Fermiamoli!

Perché nessun governo può passare sulla testa dei cittadini. Perché la democrazia è partecipazione popolare, autonomia ed indipendenza. Perché solo la raccolta differenziata ed il trattamento a freddo risolvono l’emergenza rifiuti.
Perché noi vogliamo essere padroni a casa nostra e difendere la nostra terra con i denti. http://www.chiaianodiscarica.it
Appuntamento alle 16 dalla fermata metro di Chiaiano
jatevenneday@chiaianodiscarica.it

Addio Leo


Leo De Berardinis se n’è andato giovedì scorso a Roma. Aveva 68 anni. Dal 2001 era in coma, a seguito delle conseguenze di un intervento chirurgico.
Attore e regista, tra i più significativi nel panorama del teatro di ricerca italiano, all’inizio della sua carriera realizzò un famoso allestimento del ”Don Chisciotte” con Carmelo Bene.
Ex direttore artistico del Festival di teatro di Santarcangelo di Romagna, è stato fondatore del Teatro di Leo ed uno degli animatori della Cooperativa Nuova Scena negli anni Novanta. Negli anni Settanta, insieme a Pera Peragallo, si trasferisce nell’entroterra napoletano, a Marigliano, dove realizza improvvisazioni teatrali provocatorie e aggressive.
Nel 1983, a Bologna, in collaborazione con la Cooperativa Nuova Scena, mette in scena gli spettacoli shakespeariani Amleto, King Lear – studi e variazioni, e La Tempesta, a cui faranno seguito molte altre produzioni.
Nel 1987 fonda il Teatro di Leo, con cui produce spettacoli, laboratori e incontri. Dal 1994 dirige il Teatro Laboratorio San Leonardo di Bologna in convenzione con il Comune di Bologna. Dal 1994 al 1997 assume la direzione artistica del Festival di teatro di Santarcangelo di Romagna.

Questo è un ricordo che Claudio Meldolesi, storico del teatro e accademico dei Lincei, ha scritto nel 2002

“Maestro di teatri fra loro lontani”

Leone de Berardinis, in arte Leo, ha continuato a distinguersi nel nostro tempo: nessun altro è giunto a fare di un’esperienza incondizionata dell’arte, come la sua, una sintesi di depurati valori socio-culturali.

Cosa che può dirsi delle sue stesse aggressive improvvisazioni degli anni ’70, anche se è stata la successiva levità nel rimanifestare mondi e azioni a rivelarsi essenzialmente lirica e di rottura non solo contingente.

“Unica” ha detto di recente la sua presenza nel teatro italiano Sanguineti, e si è indotti a precisare che, per questa via, egli è naturalmente divenuto un attore oltre la recitazione stessa : della scrittura, della regia, della luce, della musica, in ogni spettacolo.

Ciò non vuol dire che si debba considerare il più grande artista della nostra scena, ma certo quello che più ha scavato e unito intorno a sè fino a rimanifestare in sintonia varie esperienze dell’arte, perchè esistessero ancora fra gli uomini: senza cedere a involuzioni come quella del De Chirico postmetafisico, quando ritornato a misurarsi con canoniche procedure.

Da creatore ubiquo lo abbiamo così visto coniugare con Shakespeare bellezze di Mozart, Joyce, Caravaggio, di Dante e della Bibbia, lasciando uno spazio vitale a controcanti alla Totò.

Tanto che ha potuto fare del contrasto e dell’incursione di vita un fattore di costitutiva indipendenza dagli stessi suoi iniziatori alla scena, da Eduardo come da Carmelo Bene, quarant’anni or sono.

Da allora, a ben vedere, Leo è proceduto per conquiste interartistiche e sperimentazioni capaci di coniugare forma e vita anche da refrattario, come d’avanguardia è restato il suo gestus, pur meno esplicito, negli ultimi anni.

Il tras-ri-formismo degli ani ’70 lo ha indotto a una maturità poetica altra da quella cercata nel tempo delle perdite, bisognose di memoria.

E, comunque, egli ha continuato a coltivare anche il rischio nelle sue ricerche sapendo di dover giuocare con esse per raggiungere forme povere ed essenziali contrasti.

La fisica stessa ha studiato per giungere i disequilibri necessari al suo esserci scenico come per resistere agl’immediati rispecchiamenti del sociale.

Ma si dovrebbero cancellare i “per” e i “perciò” da questo scritto vivendo di affioramenti le sue creazioni, pur socialmente vive.

Quanto abbiamo detto sulla sua levità, il suo agire fra le arti e il suo bios d’avanguardia, non è scindibile da questa disposizione all’affioramento, che lo ha portato ad agire da attore artista, la figura teatrale creata dalla Duse e specificata, prima di lui, dai suoi iniziatori sopra richiamati.

Può farsi infatti artista, oggi, solo l’attore che fa mondo oltre le divisioni del lavoro teatrale.

Ed è stata la conseguente visione infinita dell’esito teatrale a coinvolgerlo nell’arte di Sanjukta Panigrahi come a fargli riscoprire la permanenza dei Giganti della montagna pirandelliani e rilanciare la sua vocazione pedagogica, quale ambito di applicazione dell’arte esercitata.

Nell’arduo combattimento vitale che sta ora realizzando si è però portati a pensarlo di tanto in tanto alleviato da reminiscenze di Shakespeare e Totò, quali artisti delle fragilità irriducibile e della capacità di rimanifestare le apparizioni, a dispetto del reale supposto.

Chi può misurare gli impulsi primari di Leo?

Si pensi a quanti artisti ha aiutato prospettando maggiori possibilità; e si pensi alla serenità delle sue prove.

Nessun altro regista ho visto orientare gli attori manifestando loro fiducia e distanza maieutica.

Nessun altro, ho visto, dotato della sua capacità di rivalorizzare magicamente il vissuto, rivolgendosi all’uno come era stato agli inizi, un portatore di differenze pugliesi, e all’altro da esploratore del preconscio, con la mai dimenticata Perla Peragallo e con Charlie Parker.

E poichè di scoperte e innamoramenti transitivi si è poi ancora nutrita l’arte sempre desta di Leo, anche gli anni delle riappropriazioni di Marigliano hanno acquisito per certi altri suoi attori il peso di un’età dell’oro, condivisibile ancora.

La stessa ultima e schiva ricerca dei gruppi si è a lui rifatta, specie per la maestria nell’essenzializzare la forma guida degli spettacoli; e sia sul versante degli scavi ulteriori nel tragico e nel meraviglioso sia su quello delle sintonie mentali.

Le quali sono state preziose anche per le perlustrazioni dell’antico di vari storici del teatro stessi.

La sapienza raggiunta da Leo colpisce perchè conquistata di persona.

Sull’alcolismo stesso è prevalsa…

Non si è limitato a entrare nella vita con l’esperienza del teatro: il suo esercizio della scena senza confini ha aiutato molti a capirsi come uomini e come artisti, essendo disposto anche a confrontarsi in solitudine con un gruppo di jazz freddo.

Un imprevisto umanesimo ha suscitato, con Amleto, Totò e a mani nude con la straordinaria sua scuola di attori e tecnici educato all’arte.

Così la sua globale arte scenica ha rilanciato l’idea del goethiano Wilhelm Maister, del teatro come spazio degli incontri con le dimensioni oscure della vita e di rilancio delle disposizioni d’artista, sullo sfondo di quelle collettive.

4-5-6 ottobre: Caserta antirazzista


Una manifestazione antirazzista, promossa dalle associazioni presenti nel casertano, si terrà a Caserta dal 4 al 6 ottobre.

L’annuncio è stato dato nel corso della conferenza stampa che alcuni rappresentanti dei migranti di Castevolturno hanno tenuto questa mattina all”American Palace’, un complesso residenziale abitato unicamente da migranti, a cui hanno partecipato alcuni parenti delle vittime, amici e connazionali delle sei persone massacrate lo scorso giovedì 18 settembre.

Un incontro organizzato non solo per ricordare gli africani uccisi, ma anche per chiedere “verità e giustizia” e per raccontare la realtà quotidiana di migliaia di immigrati, fatta anche di pullman che, a volte, non si fermano se in attesa ci sono solo africani, di sveglie alle 5 del mattino per andare sulle rotonde ad attendere i caporali, del lavoro duro e dello sfruttamento compiuto non solo nei campi, ma anche nelle ditte edili. E ancora per raccontare episodi di violenza e di indifferenza mostrata spesso dai cittadini del luogo. loro hanno mostrato le loro case hai giornalisti. Ci vivono anche in dieci in tre stanze per un costo di 500 euro al mese completamente inospitali

I tre giorni saranno dedicati a un approfondimento sulla condizione degli immigrati che abitano sul territorio casertano.
Sabato 4 si terrà un corteo antirazzista seguito da una veglia interreligiosa per le vittime del mare; domenica 5 un concerto contro il razzismo e lunedì 6 sarà interamente dedicato agli incontri istituzionali. “In Italia l’immigrato clandestino, secondo le leggi attuali, anche se lavora e ha una casa, non ha alcuna possibilità di prendere un permesso di soggiorno – dice Mamadou Sy, vicepresidente della comunità senegalese di Caserta – e di uscire dalla clandestinità. Immigrati che ogni giorno rischiano la vita lavorando in condizioni disumane per portare la frutta sulle nostre tavole o per costruire le nostre case. Immigrati – continua – che si prendono cura degli anziani italiani, ma ci vogliono far credere che siamo noi la causa di tutti i mali di queste terre e che siamo il nemico da combattere”.
Secondo Sy, senza “l’introduzione del permesso di soggiorno, i lavoratori immigrati saranno sempre più invisibili continuando a lavorare in nero e a subire ogni forma di sfruttamento. Noi vogliamo dire basta a tutto questo – conclude – e far conoscere a tutti: nei luoghi di lavoro, fuori le scuole, nelle piazze e ai politici quale sia la verità”.

Erano in tanti, oggi a Castel Volturno (Caserta), a dire no alla `criminalizzazione’ nei loro confronti e al razzismo. Una conferenza stampa, svoltasi presso l”American Palace’, . Intanto, le associazioni del territorio che difendono gli immigrati hanno annunciato tre giorni di manifestazioni, a Caserta, i prossimi 4, 5 e 6 ottobre “contro il razzismo, per i diritti di cittadinanza, contro la prevaricazione della camorra e di tutti quelli che sfruttano la condizione di subalternità giuridica e sociale in cui vivono gli immigrati”.

Tamburelli e pentole contro la caccia

Da oggi la caccia è aperta.
Fino 31 gennaio in circa 780mila impugneranno il fucile in tutta la penisola. E Zaia, ministro delle politiche agricole ha fatto gli auguri ai cacciatori. Dice che la caccia è ‘custode della tradizione’ e ‘componente viva della nostra cultura rurale’…CUSTODE!

Gli ambientalisti si fanno sentire organizzando azioni di dissuasione ‘armati’ di pentole e tamburelli, al fine di spaventare gli uccelli, impedendone cosi’ l’abbattimento da parte dei cacciatori. Ad esempio ieri pomeriggio a Vicenza dove un migliaio di persone armate di tamburi e fischietti ed altre travestite da morte con tanto di falce hanno sfilato per le vie della città protestando, in particolare, contro Elena Donazzan, assessore alla Regione Veneto con delega alla caccia, Sergio Berlato, co-presidente dell’Intergruppo ‘Caccia Sostenibile Biodiversita’ e Attivita’ Rurali’ del Parlamento europeo e Roberto Ciambetti, fautore e promotore della legge regionale veneta 13/2008 che permette la caccia di un piccolo uccello insettivoro di circa 13 grammi, la pispola.

Castelvolturno. Cronaca di una strage

Sale la tensione a Castelvolturno dopo l’agguato in cui ieri sera davanti ad una sartoria – la “Ob Ob exotic fashions” – sono stati uccisi da un commando a colpi di kalashnikov 6 migranti tutti di origine africana. Una scia di sangue ha tracciato l’asfalto: almeno 130 proiettili esplosi da sei-sette sicari, a bordo di almeno un’auto e una moto.
A distanza di pochi minuti l’agguato a Baia Verde, dove killer arrivati nel locale in sella a una motocicletta sono entrati in una sala giochi, 20 colpi di arma da fuoco, hanno ucciso il titolare un italiano, Antonio Celiento, 53 anni.

Dopo la strage oggi i migranti sono scesi in strada per esprimere rabbia per il diffuso e dilagante clima di razzismo. Gli investigatori seguono la pista di un’eventuale «ritorsione da parte del potente clan dei Casalesi» che nella zona e oltre controlla i traffici di droga e la prostituzione nella zona.
I migranti non ci stanno e scendono in piazza, per protestare, anche violentemente: “non siamo spacciatori – urlano – siamo gente onesta e che lavora e inveiscono contro gli italiani ‘bastardi’”.

Alla sartoria “Ob Ob exotic fashions” la gente del posto ci portava i pantaloni per farli accorciare: una sartoria, gestita da “persone tranquille”, tutti stranieri, in Italia solo per lavorare.
Questo gridano, rivendicando di essere “ghanesi, non nigeriani…” i connazionali delle vittime di strage. Lo hanno detto quando i cadaveri sono ancora a terra, sul luogo della carneficina degli africani.
E lo ripetono amici e parenti, giurando di essere estranei a qualsiasi giro di malaffare
Urlano, protestano, armati di mazze e pietre, sfasciano vetrine dei negozi e macchine, rovesciano cassonetti, mandando il traffico in tilt.

La questura schiera circa cento uomini in tenuta antisommossa.
A Castel Volturno, sulla via Domiziana, nella zona dell’Ischitella, ogni strada ha i cassonetti riversati a terra, le saracinesche dei negozi sono abbassate ed i segni della guerriglia degli immigrati africani sono dappertutto.
“E’ la rabbia dei disgraziati, sfruttata dalla camorra. A questo punto non servono sindaci sceriffi o l’intervento dell’esercito, ma una attività seria di intelligence che metta in carcere i criminali”, è la voce di Tommaso Morlando, responsabile regionale dell’Italia dei valori, assessore a Castel Volturno e consigliere del sindaco-magistrato Francesco Nuzzo, che ha tentato oggi a più riprese una mediazione con i migranti, che manifestano, rivendicano l’estraneità delle vittime a traffici illeciti e legami con la criminalità organizzata.

Gli inquirenti però seguono la pista della camorra per entrambi gli agguati di ieri sera. Si cerca di capire se ad uccidere, a distanza di pochi minuti, sia stato lo stesso gruppo di fuoco e con lo stesso movente. Secondo gli inquirenti, gli esponenti del clan facente capo a Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, avrebbero adottato, da alcuni mesi, una vera e propria strategia del terrore nei confronti non solo della comunità di africani che abita sul litorale domizio, ma anche verso i familiari di collaboratori di giustizia.
Lo scorso 2 maggio, ad esempio, fu massacrato Umberto Bidognetti, padre del pentito Domenico. Una strategia del clan per riaffermare il proprio dominio sul territorio soprattutto dopo le decine di arresti, alcuni dei quali eccellenti, di esponenti di primo piano e di gregari dell’organizzazione criminale. E un’avvisaglia forse fu data lo scorso 18 agosto, sempre nel territorio di Castelvolturno, quattro uomini con il volto coperto da caschi, armati di kalashnikov e pistole, fecero irruzione in una villetta dove c’era un gruppo di nigeriani: in 5 rimasero feriti.

A fine giornata il prefetto di Caserta non ha escluso il ricorso all’esercito e, dopo un incontro al comune di Castelvolturno tra una delegazione di migranti e il sindaco, sono arrivate le rassicurazioni che le indagini sulla strage saranno celeri.

“Ciò che sta venendo fuori dalle notizie nazionali, è l’immagine di immigrati africani armati di bastoni e bottiglie che stanno mettendo a ferro e fuoco la città. Ma è importante non dimenticare che dietro la rabbia di ognuno si nasconde la sopportazione di anni e anni di repressione sociale, di vita nella clandestinità, lavorando dalla mattina alla sera per guadagnare pochi euro, a causa di un sistema legislativo che non da la possibilità di regolarizzarsi e vivere da cittadino “normale”.
Rinnoviamo l’invito alla mobilitazione del 4-5-6 ottobre che si terrà a Caserta alla quale hanno aderito diverse personalità del cinema, della musica e dello spettacolo a livello nazionale. Saranno giornate di antirazzismo, solidarietà e rivendicazione dei diritti e della dignità degli immigrati e dei richiedenti asilo. auspichiamo una grande partecipazione non solo di immigrati ma anche di italiani, studenti, lavoratori e tutti coloro che si definiscono democratici“, dicono quelli del Centro Sociale ex Canapificio di Caserta che hanno partecipato all’incontro.

Sei gradi. La sconvolgente verità sul riscaldamento globale

Intere zone inabitabili, popolazioni sterminate, molte aree del globo desertificate, altre devastate da alluvioni e uragani.
Questo l’apocalittico scenario per il futuro descritto nell’ultimo libro dello scrittore e giornalista inglese Mark Lynas “Sei gradi”, un importante saggio sulle conseguenze del riscaldamento globale, pubblicato negli Stati Uniti dal National Geographic.
Edito da Fazi, il volume in libreria a partire dal prossimo 26 settembre, verrà presentato dall’autore, il 27 settembre, al festival “Torino Spiritualità” insieme al climatologo Luca Mercalli, che ha curato anche la prefazione del volume.
Nel 2001, il Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici pubblicò uno studio sconvolgente in cui prevedeva che, se l’umanità non avesse cambiato rotta, entro la fine del secolo la temperatura globale sarebbe aumentata da un minimo di 1,4 a un massimo di 5,8 gradi.
In questo libro Mark Lynas per la prima volta descrive, grado per grado, le conseguenze di un tale cambiamento climatico sulla Terra e sulla vita di ognuno di noi. Con sei gradi in più, quasi tutte le forme di vita, compresa quella umana, scomparirebbero. Tesi, quella di Mark Lynas, frutto di uno studio rigoroso e ben documentato sugli esiti catastrofici del nostro attuale modello di sviluppo.
Il destino della Terra, sottolinea però l’autore, non è del tutto deciso.
L’umanità è ancora in tempo per invertire la rotta, o almeno per tenere sotto controllo gli effetti più devastanti del surriscaldamento del globo.