Quel che resta dell’atomo italiano

La geografia degli impianti nucleari italiani, da Vercelli a Trisaia, in Basilicata, è un’eredità ancora pesante. Le scorie radioattive partono per la Francia dopo il fallimento della Sogin, la società pubblica incaricata di «disattivarle».

La prima iniziativa industriale in campo nucleare avviata in Italia ha sede a Trino Vercellese [Vercelli].
Si tratta della centrale «Enrico Fermi», di proprietà della Edison, costruita tra il 1961 e il 1963.
Nel 1966, per effetto della nazionalizzazione elettrica, diventò di proprietà di Enel. Negli anni succesivi diversi «problemi tecnici» hanno fermato la sua attività, fino a che–nel luglio 1990–il Cipe ha disposto la sua chiusura definitiva dando mandato all’Enel di predisporre il piano di decommissioning. Nel novembre 1999 l’Enrico Fermi è passata alla Sogin, la società dello stato nata in quell’anno per gestire la chiusura degli impianti nucleari italiani, e la gestione dei rifiuti radioattivi. Oltre alla centrale di Trino, Sogin gestisce le altre tre centrali nucleari di Caorso, Latinae Garigliano. Nel 2003 le sono stati affidati in gestione gli impianti di ricerca sul ciclo del combustibile dell’Enea, l’impianto Eurex di Saluggia [che doveva riprocessare i combustibili dei reattori di ricerca della Comunità europea], gli impianti Opec e Ipu della Casaccia, alle porte di Roma [laboratorio che eseguiva esami su combustibili irraggiati], l’impianto Itrec [Impianto trattamento elementi combustibile] di Trisaia di Rotondella [Matera], che aveva lo scopo di riprocessare il combustibile irraggiato e l’impianto di Bosco Marengo [Alessandria], acquisito nel 2005, che fabbricava combustibile per le centrali nucleari italiane ed estere.

Altra centrale in fase di smantellamento – la prima a entrare in funzione in Italia–è quella di Latina, realizzata a partire dal 1957 dall’Eni. La centrale di Garigliano [Caserta] è stata costruita nel 1957 dalla General Electric e bloccata nel 1981 per malfunzionamento. Secondo la Sogin sarà smantellata entro il 2016. Quella di Caorso [Piacenza] è la più grande centrale nucleare italiana, progettata e realizzata da Enel, Ansaldo meccanica nucleare e Getsco.
A Caorso è ancora stoccato il combustibile usato per alimentare il reattore e che sarà riprocessato negli impianti francesi.
Nel 2007 la Sogin ha infatti firmato per 250 milioni di euro con la francese Areva il contratto per il trattamento del combustibile italiano e per le scorie nucleari provenienti da Caorso, Trino e Garigliano. Il trattamento delle 235 tonnellate di combustibile irraggiato avrà luogo nello stabilimento di La Hague, i rifiuti finali torneranno in Italia entro il 31 dicembre 2025. Lo scorso 7 aprile da Caorso è partito il terzo carico di cask [così si chiama il nome del contenitore cilindrico all’interno del quale è sistemato il combustibile] di barre di uranio diretto in Normandia.

Secondo Alfonso Pecoraro Scanio alcune di queste centrali potrebbero essere «rilanciate» dal nuovo governo. Pecoraro ha citato Trino Vercellese, ma anche Fossano e Caorso. «Si parla e si sta studiando un posto vicino Ravenna–ha detto l’ex ministro dell’ambiente–Ma c’è anche San Benedetto del Tronto, Mola di Bari. E sicuramente un sito in Sardegna e uno in Sicilia. Hanno in mente un progetto per riempire l’Italia di centrali nucleari». Intanto la Sogin, alle prese con grosse difficoltà finanziarie, non ha ancora risolto la questione del sito di stoccaggio finale dei rifiuti radioattivi.
Sarà uno dei temi dei prossimi mesi.

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No Dal Molin – CMC – Ravenna

Infelicità Tauro

Un viaggio nella Piana di Gioia Tauro, un tempo popolata di ulivi e mandarini e oggi aggredita da inceneritori, centrali, rigassificatori: un’incredibile concentrazione contro la quale è nato il Movimento calabrese per la difesa del territorio.

«Ogni cosa si tinge con le diverse tonalità del colore viola, dando vita ogni sera, con i suoi spettacolari riflessi, ad una visione sempre nuova». Così disse Platone, quando dal mare vide la costa calabrese tirrenica. Da allora questa lingua di terra, immediatamente a nord di Reggio Calabria, ha preso il nome di Costa Viola. Che direbbe ora Platone se rivedesse il mare che viola non è più?

Arrivando in treno fino a Rosarno, non ci si aspetta di essere inghiottiti nel verde intenso dei campi sterminati di mandarini e ulivi. Qui la terra è ricca d’acqua. Ma non siamo nella regione più povera d’Italia? Dalla stazione al presidio del Movimento per la difesa del territorio [Mdt] il tratto è breve. Peppe, Maurizio, Iacopo e il signor Giuseppe, padre e figlio, sono alcuni dei presidianti. Il tendone si
trova in località Spartimento, chiamata così perché divide il territorio di Gioia Tauro da quello di Rizziconi, al margine di un uliveto e quasi di fronte all’inceneritore. Non questo è l’unico «mostro», come a ragione lo chiamano quelli del presidio, ad affondare le sue radici velenose nella «Chjàna», la Piana di Gioia Tauro.

L’elenco è impressionante. C’è l’inceneritore, costruito senza Valutazione d’impatto ambientale [Via], di proprietà della multinazionale francese Veolia: brucia–senza filtri, come ha dichiarato lo stesso sindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione, dell’Udc–120 mila tonnellate l’anno di rifiuti. È previsto il raddoppio del mostro ma c’è anche una discarica, quasi satura, che contiene di tutto e che accoglierà anche 250 mila tonnellate di rifiuti provenienti dall’«emergenza» Campania. «Lì dentro – dice Peppe – si continua a sversare anche da altre province, come quella di Crotone, e non si dovrebbe. Sono prove tecniche per creare una emergenza che giustifichi il raddoppio dell’inceneritore». Peppe lavora nel campo dello spettacolo tacolo a Perugia, ma per un po’ si è trasferito a Rosarno, è nel movimento dalla sua fondazione, cioè da circa due mesi.

Proprio qui vicino, a Rizziconi, c’è anche una centrale turbogas. Come se non bastasse, di turbogas ne sono previste altre due, una a Gioia Tauro e una a San Ferdinando, un paese qui vicino. Ancora: in pieno centro cittadino c’è un megadepuratore consortile dove arriva il percolato dalle discariche di mezza Italia. Il commissario all’emergenza rifiuti, il prefetto di Catanzaro Salvatore Montanaro, cosa fa? «Manda un’ordinanza, ai sindaci, con la quale impone di far scortare dai vigili urbani i camion che escono dai frantoi e trasportano sansa e altri scarti di lavorazione delle olive fino ai campi, dove saranno svuotate, per evitare che il liquame finisca nel depuratore, infischiandosene degli altri liquami, quelli tossici e nocivi», dice Iacopo, giovane architetto.

Ci sono poi i due mega-elettrodotti, da Rizziconi fino a Laino, al confine con la Basilicata, che occupano una superficie di circa 10 mila ettari.
«Erano stati bloccati perché passavano all’interno del Parco del Pollino, poi, dopo il black out del 2005, i lavori sono terminati nel giro di un anno, con un costo aggiuntivo di 28 milioni di euro, perché, dopo le proteste degli abitanti di Laino Borgo contro il passaggio dei mega-piloni nel centro del paese, il progetto ha subito una variante», dice Michele. Lui, prima di entrare nel Mdt, ha fatto un lungo «rodaggio» nel movimento No Dal Molin. Sua moglie Antonella è vicentina: «Facciamo avanti e indietro da Vicenza–dice lui–gli impegni sono tanti». Michele ha un’azienda agricola, coltiva cibi biologici e produce ottimo olio.

Per finire in bruttezza con l’elenco dei «mostri», c’è il progetto per la costruzione di un rigassificatore nell’area del porto di Gioia Tauro e di una centrale a biomasse.

«Prima che nascesse il presidio, le polveri provenienti dall’inceneritore coprivano tutto, e gli abitanti di contrada Bosco di Rosarno erano costretti a restare chiusi in casa–racconta Iacopo – Ma da quando abbiamo montato la tenda i camion che scaricano materiale nell’inceneritore hanno cominciato a diminuire di numero. Le file di autotreni che vengono da tutta l’Italia piano piano si sono accorciate». Mentre parliamo sotto il gazebo del presidio i camion e gli autotreni continuano ad andare e venire sollevando polvere. Poco più in là c’è la roulotte dove i ragazzi fanno i turni per dormire di notte. È un presidio giovane ma i ragazzi di Mdt lo stanno dotando anche con una cucina mobile e il buon cibo non manca, come la crostata metà frutta e metà cioccolato che ci porta Gabriella all’inizio della serata. E dopo la merenda s’improvvisano balli di coppia, a metà tra il popolare e il latinoamericano, intorno al fuoco acceso dentro vecchi bidoni arrugginiti. «Un giorno è arrivato anche un autoarticolato: non era un camion che trasportava rifiuti, ma un mezzo per il trasporto merci con targa lituana. Gli autisti parlavano in russo e ci hanno solo detto che trasportavano sostanze chimiche», continua Peppe. Ancora Iacopo: «Molta gente non sa neanche dell’esistenza dell’inceneritore e fa confusione con il megadepuratore che, tra l’altro, costringe un intero quartiere a tapparsi dentro casa. I cittadini mettono stracci bagnati alle finestre».

Tra la gente la «confusione», come dice Iacopo, su tutti questi impianti e sulla loro reale funzione è grande. Perciò qualche mese, grazie all’impegno volontario di un gruppo dei cittadini, molti dei quali giovani, è nato appunto Mdt. Lo scopo: informare i cittadini sulla pericolosità di questi impianti di smaltimento dei rifiuti e spiegare come fare una buona raccolta differenziata. Ma non sono solo i cittadini a essere disinformati. «Questa mattina, uno degli autisti di PianAmbiente, la società compartecipata che gestisce la raccolta dei rifiuti solidi urbani e della differenziata in tutta la Piana, si è fermato qui per salutarci e ha chiamato l’inceneritore ‘discarica’ – dice Peppe–Il messaggio che è venuto dalla cosiddetta emergenza rifiuti di Napoli, con la complicità scandalosa di intere redazioni, ha funzionato alla grande. Cioè si è fatto capire che la crisi di Napoli è causata dal fatto che i napoletani non vogliono le discariche e non vogliono gli inceneritori. La conseguenza è che qui sono in molti a sostenere che gli inceneritori sono necessari. ‘Altrimenti va a finire come a Napoli’, dicono».

Il rumore di una motosega fa da sottofondo ai discorsi che s’incrociano sotto la tenda del presidio. Pochi passi più in là cadono, una dopo l’altra, piante d’ulivo secolari. Gli ulivi vecchi, nella Piana di Gioia, sono enormi. «Sono piante malate, improduttive – dice il signor Giuseppe – Una volta questo era un uliveto unico al mondo, ora lo si sta distruggendo». Fa segno con la mano indicando gli ulivi: «Vedete quelle cime secche? Può essere dovuto all’inquinamento o al Gloeosporium, una malattia dell’apice vegetativo. Ma ci sono delle piante che non producono affatto. Ce lo raccontano i proprietari. Le più giovani hanno trecento anni, ma quelle che si trovano verso l’Aspromonte, la parte più antica, possono raggiungere i mille anni. Alcune sono così grandi che tre o quattro persone non riescono ad abbracciarne il tronco. Ma è lontano il tempo in cui si sentiva l’odore della zagara, l’odore dell’olio, quello dei campi». Il signor Giuseppe ci intrattiene con aneddoti sulla storia di questa terra, quando «a Gioia le strade trasudavano olio». Nella sua azienda produce concime, pellet, quello che è stato ribattezzato il «combustibile del futuro», e verdure biologiche che coltiva personalmente usando macchinari autocostruiti.
L’inquinamento di cui parla il signor Giuseppe è anche quello provocato dai rifiuti tossici sotterrati nell’Aspromonte, come hanno denunciato alcuni sindaci della zona. Il sindaco di Cosoleto, Angelo Sorace, da molto tempo parla degli alti tassi di mortalità per cancro tra i suoi concittadini. I cacciatori raccontano che in Aspromonte anche i cinghiali stanno morendo di tumore.

«Sembra quasi un progetto per distruggere questa zona. Poi magari arrivano finanziamenti per il biologico – dice Iacopo – Ma come si fa a coltivare biologico qui? Se la centrale a biomasse fosse stata piccola avrebbe potuto anche essere utile, perché si recuperano gli scarti delle potature e altro. Ma questa è enorme, brucia 120 mila tonnellate annue. Il fatto è che la legge italiana consente di assimilare il cdr alle fonti rinnovabili e quindi nelle centrali a biomasse si possono bruciare anche i rifiuti. Pare proprio che sul nostro territorio stiano nascendo tanti inceneritori camuffati». «Anche perchè ormai per i nuovi inceneritori non sono più previsti i Cip6, i finanziamenti alle fonti rinnovabili ‘assimilate’ come i rifiuti, per le centrali a biomasse sì», aggiunge Michele.

I No dal Molin boicottano la «piovra rossa» Cmc

«Vogliamo chiedere agli scalpellini, agli elettricisti, ai muratori della Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna se sono d’accordo nel costruire una nuova base di guerra. Per questo venerdì 11 aprile andremo presso la sede della cooperativa», questo è l’annuncio dei No Dal Molin. E’ la prima azione di boicottaggio contro le cooperative «rosse» vincitrici dell’appalto per la costruzione della base Usa vicentina.
«È doveroso ricordare – dicono ancora i No Dal Molin – che nel loro statuto le coop si impegnano a contribuire in modo costruttivo alla tutela del patrimonio ambientale». Domani l’appuntamento è a Ravenna davanti alla sete della Cmc, in via Trieste 76, la «Piovra rossa». Una mega-impresa che di «cooperativo» ha solo il nome e di «rosso» soltanto il logo, ma che accetta cinicamente qualunque appalto, dalla Val di Susa al Ponte sullo stretto di Messina, con il più grande disprezzo per l’opinione pubblica.

Una piovra che stringe legami con l’esercito degli Stati uniti costruendo la base di Sigonella, in Sicilia, un complesso edilizio ad uso dei militari, che allunga i suoi tentacoli anche all’estero, a Taiwan, nelle Filippine, in Africa e in Cina, dove chiude un accordo per la costruzione di un tunnel che fa parte del progetto di deviazione del fiume Tahoe, emissario del fiume giallo. Della J.V. Gansu Zhongyi, la società composta dalla Cmc e da Sinohydro Engienieering Bureau 4, faceva parte Hu Jintao, attuale presidente cinese, tutto intento a garantire il viaggio della fiaccola olimpica mentre la Cina reprime la protesta tibetana.

La notizia è arrivata la fine della scorsa settimana, venerdì 28 marzo, direttamente dal comando statunitense Setaf [Southern european task force] di Vicenza: la Cmc [il Consorzio muratori e cementisti di Ravenna] e la Ccc [Consorzio cooperative costruzioni di Bologna], due «coop rosse», si sono aggiudicati l’appalto per la progettazione e costruzione della nuova base militare statunitense vicentina nell’area dell’ex aeroporto Dal Molin. Alla fine, dovrebbe essere una vera e propria cittadella autosufficiente, con alloggi, centri commerciali e una grande mensa. L’appalto è stato assegnato dal comando del genio della Marina degli Stati uniti, per un importo complessivo di 245 milioni circa di euro. I lavori inizieranno l’estate prossima – presumibilmente in agosto – per concludersi entro la metà del 2012.

«Nessuno si è sorpreso – è stato il commento a caldo dei No Dal Molin dal Presidio Permanente – Inutile ricordare i legami stretti tra queste cooperative ‘rosse’ e molti membri del governo Prodi oltre che con il commissario straordinario nominato dal governo, l’europarlamentare Paolo Costa. Il ministro Bersani ha molto a che fare con la Cmc di Ravenna, e l’inaugurazione della nuova sede della Ccc di Bologna venne fatta in pompa magna da Massimo D’Alema – hanno detto ancora dal Presidio–Altro che inderogabili impegni internazionali, altro che rispetto dei patti: hanno svenduto la nostra città per garantire un lucroso affare alle cooperative loro amiche. Sono per altro le stesse cooperative impegnate nella costruzione della Tav in Val di Susa, giusto per gradire».

Insomma la Cmc – la quinta impresa di costruzioni italiana, al 96esimo posto nella classifica dei principali 225 «contractor» internazionali che la rivista statunitense «Engineering News Record» pubblica annualmente–è una vecchia conoscenza. In primo luogo dei No Tav. Del consorzio, Carta si è già occupata in passato [nel numero 45 del 2005] appunto in occasione dell’aggressione ai valsusini da parte delle «truppe dello sviluppo», quelle che la notte del 6 dicembre picchiarono il gruppo di persone che dormiva al Presidio di Venaus: allora si trattava di dare l’inizio ai lavori per il tunnel «di servizio» della Tav Torino-Lione. Tecnici e macchinari, a Venaus, erano della Cmc.
Della Cmc è anche l’appalto per le forniture del «lotto 6» della metropolitana di Milano, dove realizzano anche gli edifici per la Fiera: i tentacoli di questa enorme e potente piovra arrivano dappertutto. Del resto, «i requisiti tecnico-organizzativi ed economico-finanziari posseduti e la vasta esperienza acquisita in ogni parte del mondo nella realizzazione di grandi opere in infrastrutture–scrive la stessa società sul suo sito, http://www.cmc.coop–collocano Cmc fra i pochi general contractor italiani abilitati a concorrere agli appalti di maggiori dimensioni».

Fra questi appalti di grandi dimensioni c’è, o c’era, quello per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. La Cmc ha concorso nella gara d’appalto come maggiore partner di Impregilo nel «general contractor» [nella cordata figuravano anche la Sacyr Sa, la Società italiana per condotte d’acqua Spa, la Shikawajima-Harima Heavy Industries Co Ltd. e la Aci Scpa] che il 12 ottobre del 2005 aveva vinto la gara con un’offerta di 3,88 miliardi di euro [il bando di gara era di 4,4 miliardi di euro]. Poi sappiamo com’è andata a finire.
Un altro maxi appalto, questa volta da 445 milioni di euro è quello per l’adeguamento ed ammodernamento del primo maxilotto [da 28,5 chilometri] dell’autostrada A3 Salerno–Reggio Calabria. Si tratta dell’ampliamento dello spartitraffico centrale, dell’allargamento delle due corsie, dell’introduzione della corsia di emergenza e di sette nuovi viadotti. Sono presenti lungo il lotto 28 viadotti e numerose opere minori. La Cmc come «general contractor» è anche incaricata quindi di effettuare gli espropri dei terreni.

La mega-cooperativa vanta già esperienze nel rapporto con i militari statunitensi. Nel 2006, con il centrosinistra al governo, la Cmc aveva ottenuto dalle forze armate degli Stati uniti un appalto per la base militare di Sigonella [Catania]: si doveva costruire il cosiddetto «Mega IV multiple buildings naval air station», progetto enorme per il quale la spesa complessiva ammonterà, a fine lavori, a 59,5 milioni di euro e che comprende la realizzazione di una scuola all’interno della base aeronavale Nas1 e di sette edifici di vario uso nella base operativa Nas2. Sempre all’interno della base militare di Sigonella la Cmc ha già realizzato varie infrastrutture, tra cui parcheggi, piazze ed edifici polifunzionali, ad esempio la centrale telefonica e degli uffici della sicurezza della Us Navy.
Per restare in Sicilia, a Catania Cmc ha ottenuto l’appalto per i lavori della realizzazione del centro agroalimentare: 340 mila metri quadrati in contrada Jungetto. Il centro, che sarà il più grande del sud, è stato al centro di denunce dei Verdi e di Rifondazione, ma anche di associazioni ambientaliste, per presunte infiltrazioni mafiose.

Ancora, la Cmc costruirà il nuovo porto commerciale di Molfetta–«il braccio proteso verso l’Oriente e verso la nuova Europa», lo ha definito il sindaco Antonio Azzollini–il cui contratto è stato firmato nell’aprile del 2007, per un valore di 55,5 milioni di euro. Nel piano, oltre alla costruzione del molo, sono compresi la costruzione di capannoni per lo stoccaggio delle merci; un ponte di collegamento fra il porto e la zona industriale; un sistema di viabilità interna con parcheggi e arredi urbani.
Nel medagliere della «cooperativa rossa» c’è poi la realizzazione dell’asse attrezzato su cui sorgono i tre ponti in vetro, acciaio e cemento armato [il più lungo arriva a 221 metri] progettati dall’architetto-ingegnere catalano Santiago Calatrava a Reggio Emilia, progettati per l’Alta velocità Milano-Bologna e inaugurati lo scorso ottobre.

Ci sono anche gli spiccioli. Alla fine del 2007, la Cmc vince, insieme alla sorella Ccc, un maxi appalto per la realizzazione della superstrada SS 640 di Porto Empedocle [la strada che da Agrigento arriva a Caltanissetta attraversando la Valle dei Templi, che dal 1998 è inserita nella lista dei luoghi Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco] per un valore di 363 milioni di euro. Si tratta di una strada lunga 31 chilometri, lungo i quali saranno costruiti cinque viadotti lunghi 6 chilometri.
Tirate le somme, la società ha reso noto lo scorso primo marzo il suo fatturato per l’anno 2007: si tratta di ben 626 milioni di euro, accumulati grazie all’acquisizione di nuovi lavori, la maggior parte dei quali in Italia ma anche all’estero.

La presenza della Cmc all’estero inizia dai primi anni settanta, in Iran, mentre negli anni ottanta si sposta in Africa dove, nel 1982, inizia a costruire la diga di Pequenos Libombos, in Mozambico. Ma i suoi tentacoli arrivano ovunque: nelle Filippine, dove ha costruito impianti idroelettrici, nel Canale di Suez, a Taiwan, dove ha realizzato tunnel e viadotti autostradali. E nell’elenco non poteva certo mancare la «nuova frontiera» cinese, dove il Consorzio ha chiuso un accordo per la costruzione di un tunnel lungo 18 chilometri che fa parte del progetto [chiamato «Yintao Water Supply Project»] di deviazione delle acque del fiume Tahoe, un immissario del Fiume Giallo, che comprende oltre 200 chilometri tra canali e gallerie. Un appalto d’oro, il cui valore è di 42,5 milioni di euro, aggiudicato alla J.V. Gansu Zhongyi, società composta dalla Cmc e da Sinohydro Engineering Bureau 4, impresa per la quale dal 1969 al 1974 ha lavorato come ingegnere l’attuale presidente cinese Hu Jintao.

Expo, come in un film di James Bond

Dopo mesi di battaglie, moltissimi soldi investiti per promuovere la sua candidatura e emissari inviati a perorare la causa, Milano ha vinto, avrà la suo Expo nel 2015.
Ha vinto un modello di sviluppo certamente non sostenibile e eco-compatibile. È il modello cavalcato dal sindaco Letizia Moratti e dal presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni che ha di fatto trasformatola città in una «città diffusa» e l’intera pianura padana in una megalopoli grande oramai come Bombay. Come dicono quelli del Comitato No Expo, e non solo loro, questo è il modello di sviluppo di cui l’Expo è paradigma. Una macchina infernale che muoverà 20 miliardi di euro di investimenti, non solo per Milano ma anche per la provincia. Dei 20 miliardi in cantiere, infatti, tre miliardi e 200 milioni serviranno a completare e iniziare anche nuove infrastrutture.
Non ha caso è stata scelta l’area vicino al Nuovo polo fieristico [che ha richiesto un investimento di 750 milioni di euro] che ne è già abbondantemente dotato. Ad esempio la Tav Torino-Milano che arriva qui, proprio a Rho-Pero. Ma l’elenco delle infrastrutture è lungo, si va dalla Bre.Be.Mi [l’autostrada «direttissima» che collegherà Brescia a Milano], alla Pedemontana, passando per la Tangenziale est, solo per citarne alcune.

Lo slogan studiato per la candidatura e tema dell’Esposizione Universale è «Feeding the planet, energy for life», cioè «nutrire il pianeta, energia per la vita». Agricoltura, ma anche qualità e sicurezza dell’alimentazione, il cibo, laprevenzione di malattie–come l’obesità e le patologie cardiovascolari ma anche l’ambiente saranno al centro della grande kermesse che, a detta del sindaco Moratti, dovrebbe essere a «impatto zero». Un’impresa davvero ardua se si pensa che in progetto ci sono 1,7 milioni di metri quadri di nuovi padiglioni con 200 metri di torre, la Expo Tower, finanziati da privati, Governo, Regione, Comune, Provincia e Ue.
Come ricorda oggi l’europarlamentare Vittorio Agnoletto, «nel luglio 2007, è stato siglato un accordo tra Ente Fiera, il Gruppo Cabassi e comune di Milano in cui vengono definiti i termini per l’uso e la trasformazione del territorio: l’area è stata ceduta al Comune in cambio della variazione della destinazione d’uso. Ciò significa che una volta finita l’Expo due milioni di metri quadrati attualmente a destinazione agricola saranno edificabili. E il solo vincolo sarà il divieto di installare attività produttive insalubri, nessun altro limite al cemento. Il timore è per tanto che Milano diventi per quindici anni un enorme cantiere, con l’ulteriore paralisi del traffico urbano ed extraurbano, con nuove autostrade, tangenziali e la terza pista a Malpensa al posto di una rete di trasporti pubblici efficiente e non inquinante, con piste ciclabili, che è quello di cui avremmo bisogno».

Questa colata di cemento e speculazioni sono già al centro delle lotte dei comitati e dei cittadini che da anni denunciano lo scempio ambientale del territorio. Ad iniziare proprio da Rho, dove il 19 aprile si terrà l’«Assemblea regionale dei territori resistenti», un momento di confronto che affronterà i bisogni della gente e del territorio, i trasporti locali, ad esempio, oppure gli alloggi. Bisogni reali, che non hanno niente a che fare con tutto il carrozzone virtuale e parallelo all’Expo: padiglioni virtuali dove poter prenotare eventi, spettacoli, ristoranti, ecc, all’interno dei quali ogni visitatore sarà sostituito da un avatar, ossia un «io» virtuale. Mentre chi lavorerà all’interno della Fiera, per tutti o sei mesi, potrà accedere alle aree riservate allo staff solo dopo essersi sottoposti allo scan dell’iride, proprio come nei film di James Bond.