I lupi di Colacem

Pneumatici, scarti di fonderia, gessi chimici, Pet-coke e rifiuti. Tutto questo finisce nel ventre del grande cementificio che avvelena Gubbio, in Umbria. I controlli sono minimi e l’Arpa si nasconde dietro i black out delle centraline di rilevamento. Un comitato di cittadini sfida l’azienda più influente della città: la verità brucia la gola

Cosa brucia la Colacem nell’altoforno?»: era questo l’oggetto di una delle tante mail che ogni giorno arrivano in redazione. A scriverci, il Comitato per la tutela ambientale Gubbio-Ghigiano. La mail parlava chiaro. Diceva che il cementificio Colacem ha richiesto all’Agenzia regionale per la prote- zione ambientale [Arpa] la concessione dell’autorizzazione integrata ambientale [Aia] per il co-incenerimento di 320 mila pneumatici l’anno [circa mille quintali al giorno], l’utilizzo di 300 mila quintali all’anno di «biscotti fluoridrici» [un sottoprodotto della depurazione delle acque reflue con alti contenuti di fluoro e di zolfo], di 300 mila quintali di «ter-re di fonderia», generalmente smaltite in discariche controllate, e di 20 mila quintali di gessi chimici da processi di desolforazione. Come non fosse abbastanza, l’azienda richiede anche l’uso del Pet-coke – o coke da petrolio–responsabile di forti emissioni di composti di zolfo e metalli pesanti, tossiche. Dopo le prime telefonate con quelli del Comitato, decidiamo di andare a vedere, e si par- te per Gubbio.

L’antica via Flaminia costeggia eremi, abbazie e piccoli paesini, ed è aggredita in molti punti dalle strade moderne. Ad accoglierci, appena fuori le solide mura medievali che circondano la città umbra, c’è Gian- luca De Gennaro, dell’associazione «Io partecipo», che con il Comitato porta avanti la lotta per la tutela ambientale del territorio.
Gianluca ci guida verso la bottega del commercio equo, di cui è uno dei fondatori, lì aspettano gli altri del Comitato. Il guaranito, un compromesso tra la cola e il chinotto, accompagna il racconto preoccupato e documentato: «La Colacem insiste nel voler smaltire, ‘coincenerire’ dicono, sostanze pericolose all’interno dei forni del cementificio – spiega Gianluca–Il punto è che non si tratta di un inceneritore, che sarebbe già una cosa grave di per sé. Questa è una struttura che non è asso-
lutamente attrezzata per il filtraggio delle emissioni». L’Aia dovrebbe essere rilasciata a settembre. Tuttavia Carlo Colaiacovo, amministratore delegato della Colacem, ha dichiarato di recente al Giornale dell’Umbria [testata in cui la Colacem ha forti interessi]: «L’autorizzazione arriverà a breve». Non c’è da star tranquilli. La Colacem ha ottenuto già in passato un’altra autorizzazione dalla Regione con «procedura semplificata»: è la scappatoia che permetterebbe all’azienda di procedere alla combustione dei rifiuti prima di aver ottenuto l’Aia. Potenza dei numeri: la Colacem è un colosso multinazionale [vedi box] da 677 milioni di euro nel 2006.

«In passato la Colacem ha già bruciato combustibile di questo tipo. Per dieci anni ha bruciato 42 diverse tipologie di rifiuti», raccontano quelli del Comitato, che chiedono di non pubblicare i loro nomi.
Grazie alla mobilitazione dei cittadini e alla raccolta di 1500 firme che chiedevano di abbandonare l’ipotesi di bruciare pneumatici, un paio di anni fa la Colacem, di sua iniziativa, ha smesso.
Dopo di che, a gennaio di quest’anno, la Colacem ha chiesto una nuova concessione. Salta fuori di nuovo l’impiego del Pet coke. Succede già a Gela [Caltanissetta], per ora unico caso in Italia, dove l’Eni è autorizzata a bru- ciarne grosse quantità per produrre energia nella centrale termoelettrica.
Fino al 2002 il Pet coke non poteva essere usato come combustibile ma, con l’approvazione del decreto legge numero 22 del 7 marzo 2002, il governo Berlusconi, su proposta dell’allora ministro dell’ambiente Matteoli, l’ha di fatto sdoganato, consentendone l’uso negli impianti di combustione.

«Abbiamo il fondatissimo sospetto che attraverso le autorizzazioni semplificate si stia già permettendo l’uso di rifiuti come combustibile – racconta Gianluca– Il sospetto è dovuto ai cattivi odori che sentono gli abitanti della zona di Ghigiano, ma anche gli abitanti di Gubbio». Gianluca mostra un foglio: è la relazione che l’Arpa del distretto di Gubbio ha inviato al sindaco Orfeo Goracci [Prc] il 4 novembre 2004. Vi si legge tra l’altro che «ad una distanza di un chilometro circa dalla Colacem il cattivo odore era fortissimo, insopportabile e chiaramente riconducibile a quello già altre volte accertato e verosimilmente prove- niente dall’attività della ditta Colacem». Le relazioni dell’Arpa si susseguono. Nell’ottobre del 2005 si legge: «Viste le caratteri- stiche degli odori evidenziati si ritiene che gli stessi odori siano riconducibili allo stesso fenomeno di cui alle precedenti note inviate». A volte i dati dell’Arpa attestano che ci sono stati sforamenti dei livelli previsti dalla legge per il biossido di zolfo proprio nella zona dove si trova il cementificio, a Ghigiano alta.

Quelli che il Comitato ci mostra sono dati pubblici, molto inquietanti. Il 16 ottobre del 2006 il biossido di zolfo è segnalato a 1.343 microgrammi per metro cubo, il 13 ottobre a 693, il 27 novembre a 451. In tutti i tre casi la soglia è sforata. Secondo la legenda dell’Arpa, fino a 350 microgrammi per metro quadro il biossido di zolfo sarebbe «entro il limite», se si va oltre i 350 siamo nel campo «superiore al limite» e oltre i 500 microgrammi la legenda dice «livello di allarme».

Le centraline sono due, si trovano a Ghigiano alta e Ghigiano valle, funzionano a singhiozzo e non sempre i dati sono visibili su internet. Cosa succede quando si sforano i limiti? Si dovrebbero sovrapporre i dati delle centraline dell’Arpa a quelli della Colacem e renderli pubblici insieme: però questo non è mai avvenuto e così il sindaco Goracci e l’amministrazione comunale, da sempre dalla parte dei comitati, hanno le mani legate. «È un cane che si morde la coda – dice Gianluca– l’Arpa rileva ma molte volte dice che le centraline si rompono. Se si va su internet nel momento in cui i cittadini si lamentano della puzza, quasi sempre c’è una ‘b’, segnale che la centralina non funziona. Se chiedi spiegazioni ti dicono ‘può succedere’, per sbalzi di temperatura, temporali, corto-circuiti. Per loro non c’è motivo di preoccuparsi». Questi sforamenti si registrano trenta, quaranta volte all’anno, ma il blackout delle centraline è molto più frequente. «Quello che chiediamo all’Arpa è un monitoraggio serio, una centralina che in tempo reale invii i dati su un display in piazza, in modo che tutti i cit- tadini possano vedere. Se l’aria è davvero pulita come dicono siamo tutti più contenti». E gli sforamenti pubblicati su internet, quindi noti a tutti? A proposito di questo c’è una vicenda che chiarisce molte cose. Racconta un testimone che durante la riunione del 3 aprile tra il Comitato, l’Arpa, le istituzioni, i sindacati e la Colacem, il responsabile dell’Arpa, nel tentare di descrivere l’assurdità del fenomeno dei «picchi anomali» del biossido di zolfo, ha giustificato l’accaduto dicendo che i dati riportati su internet erano capitati «lì per caso» perché il responsabile di settore era in ferie in Spagna, altrimenti non sarebbero com-parsi per niente, perché fuori dalla norma.

È ora di lasciare la bottega per andare verso Ghigiano, alla Colacem. Pochi chilometri di strada attraverso campi coltivati e case di campagna. Il cementificio della Colacem appare all’improvviso dopo una curva. È una costruzione enorme, di metallo e cemento, che sbuffa vapore da un’alta ciminiera.
I due del Comitato che ci accompagnano hanno fretta di allontanarsi, mentre se ne vanno ci dicono «tra cinque, dieci minuti sentire- te la gola pizzicare e gli occhi arrossarsi».
Il tempo di fare un po’ di foto e girare intorno al cementificio, tra decine di camion che entrano ed escono dallo stabilimento. Ecco che il bruciore arriva, sempre più forte. L’aria è acre, taglia la gola. Quando il vento gira, quest’aria arriva alle case di Ghigiano, lambisce Gubbio. E consegna agli abitanti la risposta alla domanda che in pochi hanno avuto il coraggio di affidare a un messaggio di posta elettronica.

Annunci