Abruzzo, la Regione degli idrocarburi


L’Abruzzo potrebbe diventare la Regione degli idrocarburi dopo che lo scorso 28 marzo il Ministero dell’ambiente ha concesso alla irlandese Petroceltic Elsa la Via (Valutazione d’impatto ambientale), che le consentirà d’iniziare le esplorarazioni in mare in cerca di idrocarburi.
Cosa significa questo? Che la società potrà esplorare i fondali anche con l’ausilio di micro-esplosioni che le permetteranno di ricercare il petrolio. Se i dati raccolti saranno positivi, si potrebbe realizzare un pozzo esplorativo in un’area a 40 chilometri dalla costa, a soli 26 chilometri dalle Isole Tremiti, riserva naturale marina e area marina protetta della Puglia.
“E’ semplicemente assurdo autorizzare una ricerca di petrolio a poca distanza dalle isole Tremiti e dal quel magnifico patrimonio ambientale che è la riserva marina”, il commento del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, – E’ noto che in quell’area il petrolio sia di scarsa qualità. E allora perché autorizzare una ricerca sismica? La Regione sta valutando iniziative giuridiche”.
“L’Adriatico é uno ‘stagno’ – presidente del Consiglio regionale della Puglia, Onofrio Introna – quasi un lago chiuso sul quale si affacciano milioni di cittadini, balcanici e italiani. La preoccupazione, che penso non potrà sfuggire ad un’autorevole rappresentante del governo nazionale come il ministro Prestigiacomo, è che un incidente come quello del golfo del Messico condannerebbe a morte milioni di europei”.

Abruzzo, Molise, Puglia, ma anche Marche, Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Emilia Romagna uniscono le forze contro le trivellazioni e domani, 22 aprile a partire dalle 10.30, alla sala Guaccareo del Consiglio regionale di Bari, il gruppo di Sinistra ecologia libertà presenterà una proposta di legge alle Camere che vieta le ricerche e le coltivazioni di idrocarburi liquidi lungo le coste adriatiche. L’articolo 121 della Costituzione italiana, infatti, recita come i consigli regionali e i suoi membri possano proporre alle camere iniziative legislative che riguardino competenze specifiche del governo.

“Puntando sul petrolio – ha spiegato il vicepresidente di Legambiente Sebastiano Venneri – si rischia di ipotecare il futuro delle nostre coste e di attività economiche come il turismo di qualità. Per una tutela davvero efficace dunque non basta il divieto di perforazioni entro le 5 e 12 miglia dalla costa ma serve un divieto tout court in Italia e in tutto il Mediterraneo a partire dalle aree dove incombono le trivelle con il Golfo della Sirte in Libia e il Canale di Sicilia”
Secondo i dossier “Texas Italia e Marea nera” di Legambiente, l’Italia, attraverso 12 raffinerie, 14 grandi porti petroliferi e 9 piattaforme di estrazione off-shore, movimenta complessivamente oltre 343 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi all’anno a cui vanno aggiunte le quantità di petrolio e affini stoccati in 482 depositi collocati vicino al mare, che hanno una capacità di quasi 18 milioni di metri cubi.
Ancora, oltre ai 76 pozzi già esistenti ci sono altre aree d’Italia a rischio trivelle.
Ad oggi infatti nel Belpaese sono stati rilasciati 95 permessi di ricerca di idrocarburi, di cui 24 a mare, interessando un’area di circa 11 mila chilometri quadrati. A questi si devono aggiungere le 65 istanze presentate solo negli ultimi due anni, di cui ben 41 a mare per una superficie di 23 mila kmq.

Lambro. Un anno dopo


E’ passato quasi un anno dal disastro ecologico del fiume Lambro.
Il 23 febbraio 2010 “ignoti” sversarono nel letto del fiume circa 15 mila litri di gasolio e petrolio da alcuni impianti della «Lombarda Petroli», una ex raffineria di Villa Santa in provincia di Monza. Un atto doloso, come lo definì chiaramente la Procura di Monza.
Oggi la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite nel ciclo dei rifiuti chiarisce come quell’atto sarebbe stato provocato per nascondere precedenti reati fiscali da parte della proprietà. Per questo motivo i magistrati della procura brianzola hanno iscritto sul registro degli indagati i titolari della Lombarda Petroli, Giuseppe e Rinaldo Tagliabue, ipotizzando il reato di sottrazione all’accertamento o al pagamento delle accise sugli oli minerali. L’indagine della procura “è alle fasi finali, tra poco sapremo con più precisione – ha spiegato Gaetano Pecorella, presidente della Commissione che oggi ha anche visitato il sito -. Possiamo dire con sicurezza che non è un episodio collegato alla criminalità organizzata, ma è stato un sversamento di petrolio per coprire evasioni fiscali e illeciti fiscali precedenti”.

Agli “Onassis della Brianza” potrebbe essere contestato anche il reato di disastro ambientale.
I 15 mila litri di materiale tossico inquinarono irreparabilmente una vasta area attorno al fiume, una “catastrofe”, secondo Legambiente.
All’epoca una macchia oleosa, di circa mille metri cubi, partì da Monza per poi attraversare alcune zone di Milano e Lodi, danneggiando l’ecosistema del Parco regionale del Lambro. Il rischio che la marea nera arrivasse al Po fu scongiurato dalla task force della Protezione civile, ma diverse centinaia furono gli animali trovati morti: pesci, anatre selvatiche, aironi, germani reali. Gli effetti dell’onda nera, secondo il Wwf, si vedranno per decenni.

La marea nera non la ferma nessuno

Non mi sembra normale che un colosso come la British Petroleum, in crisi dopo il fallimento il primo tentativo della “cupola” di imbottigliare il petrolio (che si è riversato in mare dopo l’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon) apra un sito per raccogliere consigli e suggerimenti di chicchessia.
La società ha di fatto ha lanciato un sos. E’ come ammettere che, a due settimane dal disastro, ancora un piano non c’è.
E intanto il petrolio continua a fuoriuscire, alcuni media parlano di 5 mila barili al giorno, circa 750 mila litri. Sono quelli che sgorgano dal pozzo in fondo al mare. Pare che la Bp ci riprovi domani ad installare la cupola. Se, anche questa volta dovesse fallire, gli ingegneri stanno pensando ad un cumulo di detriti per bloccare le falle del pozzo oppure di creare un anello di isole artificiali – ottenuto dragando sabbia e fango dal fondale marino – per proteggere le coste.
Tra tentativi e suggerimenti vari la marea di petrolio grezzo ha raggiunto le Isole Chandeleur, un arcipelago e area di sosta preferita di molti uccelli migratori, e tra poco raggiungerà le coste della Louisiana.

Al G8 energia il petrolio la fa da padrone

8.08.72
Vertice lampo quello del G8 energia che, iniziato ieri, si conclude oggi a Roma.
La crisi ha ovviamente toccato anche questo settore strategico tanto che il ministero dello sviluppo economico, che lo ha organizzato, ha voluto intitolarlo «Oltre la crisi: verso una nuova leadership mondiale dell’energia». Ma come si esce dalla crisi, come si va oltre? Sono queste le domande che premono ai 23 ministri dell’energia coinvolti e che puntano a definire strategie condivise per affrontare il cambiamento climatico globale, promuovere investimenti nell’energia per la sicurezza e lo sviluppo sostenibile e definire gli strumenti che consentano di ridurre la povertà energetica.
E di crisi ha parlato anche Greenpeace che questa mattina ha manifestato davanti l’hotel Excelsior sede del G8. Secondo l’organizzazione ambientalista la crisi «rappresenta un’occasione unica per avviare una rivoluzione energetica pulita nel settore della generazione elettrica, in modo da salvare il Pianeta da cambiamenti climatici devastanti [il cui costo è stimato pari al 20 per cento del PIL mondiale al 2050], per creare milioni di posti di lavoro verdi, e per rilanciare l’economia mondiale puntando sull’ambiente». Per questo gli attivisti si sono presentati con quindici specchi che hanno proiettato la luce riflessa del sole per portare avanti il manifesto della «Solar Revolution», supportato dal rapporto economico e scientifico «Global CSP Outlook 2009» che Greenpeace ha consegnato al ministro dello sviluppo economico, Claudio Scajola. Quest’ultimo, dopo aver ricevuto una delegazione dell’associazione, ha ammesso: «sul solare siamo un po’ in ritardo».
Il rapporto è chiaro, gli investimenti nel «solare a concentrazione» [CSP] supereranno i 20 miliardi di euro al 2015 e il settore potrà dare lavoro nel mondo a circa 90 mila persone nei prossimi cinque anni.
Uno scenario che va nella direzione opposta di molti paesi, tra cui l’Italia, che nei giorni scorsi ha firmato un accordo bilaterale con gli Stati uniti in materia di carbone pulito e cattura e sequestro di CO2. «Abbiamo bisogno di nuove tecnologie pulite per tagliare la nostra dipendenza dai combustibili fossili e salvare il clima – ha commentato Francesco Tedesco, responsabile Campagna energia e clima di Greenpeace – Puntare su carbone e nucleare come sta facendo il governo Berlusconi è una strategia ‘killer del clima’ che rischia, oltretutto, di far perdere all’Italia un’importante occasione di sviluppo economico».

Ma è ancora il petrolio a rubare la scena alle altre fonti. I «grandi della terra» si sono accordati su una serie di misure da definire per stabilizzare il prezzo del petrolio in una «fascia ideale», che non sia troppo elevata da frenare l’uscita dalla crisi ma neppure tanto bassa da rallentare gli investimenti delle aziende. E dall’amministratore delegato di Eni, Paolo Scarni, è arrivata la proposta per stabilizzare il prezzo del petrolio per portarlo ad un «prezzo equo» di 70 dollari al barile. Una sorta di «blue print for oil price stabilization – ha spiegato Scaroni che prevede – la creazione di un’agenzia internazionale per il petrolio che rappresenti i paesi produttori e consumatori. Una specie di watch dog [temporizzazione di supervisore ndr.] per il sistema petrolifero che abbia gli strumenti per attuare iniziative concrete».
Una proposta approvata da Francia, Corea del sud e Giappone. Con quest’ultimo l’Italia ha firmato una intesa di collaborazione «nello sviluppo delle risorse umane, nello scambio di informazioni e nella promozione dell’energia nucleare».
Cosa potevamo aspettarci da un governo che si è auto-delegato per «adottare, entro sei mesi, uno o più decreti legislativi di riassetto per la localizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare»?
I deludenti accordi e le intese raggiunte oggi saranno discussi durante il G8 de L’Aquila. Intanto la capitale aspetta il G8 sulla sicurezza previsto per il prossimo 29 e 30 maggio.

Il Tar boccia le trivelle nel ragusano

250414

Il Tar di Catania ha annullato tutte le autorizzazioni all’attività di ricerca e sfruttamento degli idrocarburi rilasciati dalla Regione Siciliana alla Panther Oil a Sciannacaporale, nel ragusano, dove insistono le sorgenti d’acqua che servono la città di Vittoria.. I giudici amministrativi etnei hanno accolto tutti i ricorsi presentati dal Comune di Vittoria, annullando anche la sospensiva ottenuta dalla società texana dal Consiglio di giustizia amministrativa. La regione Siciliana e la Panther sono state condannate a pagare le spese legali e quelle relative all’esecuzione delle perizie. La società texana ha già annunciato ricorso.

Il Comitato per le energie rinnovabili e contro le trivellazioni gas/petrolifere in Sicilia esprime grande soddisfazione per la sentenza, “si tratta di una sentenza di merito che di fatto annulla le autorizzazioni che la Regione Sicilia, a suo tempo, concesse alla società. La concessione riguarda 747 km quadrati nei territori di molti comuni tra cui Avola, Noto, Rosolini, Modica, Vittoria, Ragusa, ecc. Nella sentenza l’Arpa e la Panther debbono pagare tutte le spese di lite della Consulenza Tecnica d’ Ufficio (C.T.U.) e viene riconosciuto il rischio per le risorse idriche. Viene decretato anche che laVia  (Valutazione d’ Impatto Ambientale) deve essere propedeutica a qualsiasi iniziativa e  si deve acquisire il parere vincolante del Comune dove insiste l’intervento (nel caso in specie Vittoria), dell’Asl e del Genio Civile, pertanto deve essere rifatto  da parte della società tutto l’ iter precedente. Nella sentenza si ritiene che l’acqua ed il paesaggio debbono essere tutelati. Riteniamo questa sentenza storica (è un precedente importante): per la prima volta si riconosce che il Futuro ed il modello di sviluppo debbono  essere decisi dalle comunità e non imposti dall’alto e pertanto sono salvaguardate  le risorse pubbliche del territorio rispetto ad interessi privati”.