La piccola foca che divide l’Italia

da: www.lastampa.it/lazampa/ di Carlo Grande

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Il volo radente di un rapace, l’ululato in un bosco, il guizzo a pelo d’acqua di una «sirena» con i baffi, che pesa trecento chili ed è lunga quasi due metri e mezzo: l’avvistamento di un esemplare di foca monaca, avvenuto pochi giorni fa nell’Arcipelago Toscano, davanti all’isola del Giglio, è uno di quegli avvenimenti che possono rendere indimenticabile una vacanza e leggendario un luogo. In questo caso l’eccezionale incontro (l’animale, ormai rarissimo in Italia, ha sguazzato per due ore davanti a numerosi turisti, le foto sono state pubblicate dal periodico online Giglio News) sembra invece aver suscitato apprensioni nella nuova maggioranza che guida il Comune dell’isola. Su «La Stampa» Mario Tozzi ha spiegato come l’arrivo del pinnipede sia un preciso indicatore biologico dell’eccezionale qualità del mare, un mare già premiato con le Cinque Vele di Legambiente e del Touring Club.

Il ritorno della foca monaca dovrebbe quindi essere seguito da adeguate misure di protezione ambientale almeno in una parte dell’isola, per attirare il ricco turismo nordeuropeo e quello italiano di qualità. «Di qui all’istituzione definitiva di un’area marina protetta il passo potrebbe essere troppo breve», ha scritto Tozzi , ecco dunque perché la foca potrebbe aver spaventato gli amministratori. I turisti erano invece entusiasti: «Riemergeva, si rituffava, andava e veniva – ha commentato il fortunato fotografo – per fortuna a nessuno è venuto voglia di buttarsi in acqua, così ha potuto continuare indisturbata a divertirsi a pochi metri dalla scogliera: uno spettacolo».

Sparita da 40 anni
Uno spettacolo davvero, una performance solitaria, forse lo show di un’avanguardia singola arrivata dalle pochissime colonie sparse nel Mediterraneo e in Paesi più fortunati e intatti dal punto di vista ambientale del nostro: Turchia, Grecia, Nord Africa. Pensare che nel Tirreno centrale e in alcune isole dell’arcipelago la foca monaca era di casa fino agli Anni Sessanta, come dimostrano i nomi di molte cale che si chiamano del Bue o Bove o Vacca marini, così veniva chiamata la Foca, che è solita partorire nelle grotte.

Oggi di certo gli animali non si riproducono più nelle isole toscane, ci arrivano sporadicamente (due anni fa una segnalazione al Circeo, altri avvistamenti da parte del guardiano dell’Isola di Montecristo e in Sardegna), forse in cerca, come gli antichi marinai delle città greche, di un luogo adatto per stabilirsi. Che accoglienza gli riserveremo? «Ogni tanto qualche individuo, probabilmente giovani erratici, arriva anche nell’Adriatico, forse viaggiando lungo costa – spiega l’etologo Danilo Mainardi, autore del recente “L’intelligenza degli animali” -. Nessuno lo sa di preciso».

Il disturbo dei motoscafi, le spadare, l’eccessivo carico turistico nonché l’inquinamento (anche sotto forma di pesce «avvelenato») sono per loro letali. Come la caccia spietata da parte dei pescatori: «Nell’isola di Capraia – dice Mainardi – fino a pochi anni fa era vivo un cacciatore di foche monache che raccontava molte storie su di loro».

Ora, dunque, possiamo sperare in un reinsediamento nell’Arcipelago Toscano: «La foca apparsa al Giglio – dice Umberto Mazzantini, portavoce di Legambiente Arcipelago Toscano e responsabile nazionale isole minori dell’associazione – è il migliore spot pubblicitario per istituire finalmente un’area marina protetta vera, così come chiedono ben tre leggi dello Stato (la prima risale addirittura al 1982) e che l’Unione europea ci invita a realizzare al più tardi entro il 2012, in ottemperanza degli impegni internazionali presi dall’Italia per la protezione del mare e della sua biodiversità e confermati al recente G8 Ambiente con l’approvazione della Carta di Siracusa proposta dal ministro Prestigiacomo».

Le norme precise esistono, dicono all’unisono Tozzi e Mainardi, basta solo applicarle. Secondo l’Onu sono ormai rimaste meno di 350 foche monache in tutto il Mediterraneo, quasi tutte in Grecia e Turchia. Altre 150 sono stimate nella costa atlantica nordafricana: Marocco, Madeira e Mauritania. Si tratta dunque di un animale raro e protetto, il cui numero di esemplari continua ad assottigliarsi. Ma qualcuno continua ad averne paura, soprattutto perché non capisce che produrre aree protette e «valori naturalistici» è come produrre denaro, offre un’eccezionale possibilità di lavoro e incremento turistico di qualità. «Le amministrazioni locali non condividono la politica globale – dice Mainardi – ma gli animali non seguono i confini e i localismi umani. Il localismo fa male all’ambiente».

Scampia brucia tra l’indifferenza ed il malaffare

2572889540_d13518c17aPer gentile concessione del Sig.Lino Chimenti, pubblichiamo un articolo apparso questo mese su “Fuga di notizie”, mensile del quartiere Scampia.

Arriva l’estate, aumentano i fumi tossici, nessuno si muove!

Non so proprio come sia possibile che a Scampia, un quartiere pieno di associazioni, forze sociali e realtà religiose attive e presenti, nessuno prenda l’iniziativa di mettere insieme le forze e organizzare una grande manifestazione di protesta contro i continui roghi di rifiuti che quotidianamente ci avvelenano facendoci respirare diossina, amianto, fumi di gomma, silicio, tungsteno e metalli di ogni genere.

Ormai è certo che esiste una vera e propria attività economica illecita di smaltimento rifiuti per la quale, le piccole industrie e le imprese artigiane non in regola, si disfano dei residui delle proprie lavorazioni depositandoli nelle campagne, oppure lasciando che, chi riesce a far fruttare tali rifiuti, li prelevi per poi trasformarli, previa attività incendiaria, in materia prima da rivendere.

A Scampia ritengo che ci troviamo a stretto contatto con questa seconda categoria di persone che trovano spazio nei campi Rom e che in tali campi esercitano la loro attività.

Chi mi conosce, sa che non mi sognerei mai di criminalizzare qualcuno o una categoria per “proprietà transitiva”, cioè solo perché un suo simile commette un illecito. Rimane, però, il dato che i fumi tossici che respiriamo a Scampia, per la maggior parte delle volte proviene dal campo Rom sulla strada per Mugnano, oppure da quello alle spalle del carcere di Secondigliano.

A supporto di ciò ci sono video che testimoniano tale attività incendiaria, oltre ai numerosi interventi dei VV.FF. nel campo, che ormai non ne possono più di andare a spegnere incendi che, appena vanno via, riprendono fuoco. Inoltre denunciano di essere anche presi di mira da alcuni Rom che oltre a lanciare pietre contro di loro, danneggiano i mezzi di soccorso che vanno ad operare nel campo.

A partire da questo disagio, a novembre scorso è stata depositata una denuncia contro ignoti alla Procura e inviata poi per conoscenza a tutti gli enti preposti a vigilare sulla salute dei cittadini (Comune, Provincia, Regione, Asl, Arpac, ecc.) ai quali si è chiesto anche un monitoraggio ambientale; nessuno di questi enti si è mai espresso sull’argomento, questo a testimonianza che la classe politica di questa terra ha ormai fatto il suo tempo e deve andare tutta a casa, sinistra prima, e poi anche tutti gli altri per incapacità di fare opposizione.

Una piccola speranza viene dalla recente istituzione di un gruppo speciale dei VV.UU. che avrebbe proprio lo scopo di perseguire i reati ambientali, al momento però ancora non c’è un modo per contattarli, speriamo siano presto operativi, in numero sufficiente e senza vincoli territoriali.

Devo dire che, insieme all’Ass. “La terra dei fuochi” (www.laterradeifuochi.it), ho cercato anche di coinvolgere alcune delle tante realtà di volontariato del quartiere, che molto si prodigano da sempre, per creare opportunità di socializzazione e di valorizzazione del territorio, ma con mia grande sorpresa ho constatato che nessuno, dico nessuno, percepisce o ha a cuore tale problematica.

L’ultima prova di questa scarsa attenzione l’ho avuta in un dibattito pubblico lunedì 18/5 al Centro Hurtado dal titolo “SCAMPIA: IERI, OGGI, ANZI…DOMANI”. Durante l’incontro invano ho aspettato che, tra le varie questioni messe sul tavolo, qualcuno degli esponenti delle associazioni rappresentate, mettesse in evidenza, anche questo problema; alla fine è toccato a me farlo.

Eppure, come dimostrano gli studi del dott. Gerardo Cianella del reparto medicina preventiva del Monaldi, negli ultimi anni i casi di mesotelioma pleurico (tumore al polmone) sono aumentati del 45% in persone che non hanno avuto alcun contatto professionale con sostanze tossiche, ma che invece abitavano nelle vicinanze di discariche abusive.

E non è l’unico, il dott. Marfella dell’osp. Pascale conferma con altri studi tale evoluzione epidemiologica.

La mia personale sensazione è che, dato che a Scampia il problema è legato all’attività di qualche gruppo di Rom che nel campo svolge l’attività incendiaria, le associazioni presenti nel quartiere, per evitare di essere tacciate di razzismo o per singolare buonismo, evitano di sollevare questo polverone, non curandosi del fatto che a pagare le conseguenze sono prima i Rom stessi, poi gli altri abitanti della zona, bambini in testa. Allo stesso modo fanno le istituzioni e i politici per molti dei quali sarebbe impopolare agire contro l’illegalità se essa proviene dai Rom.

Vorrei tanto essere smentito dai fatti e trovare realtà disposte a realizzare un tavolo di confronto, aperto anche ai Rom che lo vogliano, nel quale si affronti la questione nel tentativo di far smettere questa attività.

Lino Chimenti

linochimenti@essedici.com