U stisso sangu

Somalia, Etiopia, Sudan, Libia, Algeria. Sono queste le tappe dell’odissea di viaggio di moltissimi migranti che approdano in Sicilia. Storie, voci e volti di questi «clandestini» sono documentati nel film di Francesco Di Martino e Sebastiano Adernò che ha come sottotitolo «Storie più a sud di Tunisi».
È proprio qui, più a sud della capitale della Tunisia, che finiscono il loro viaggio i barconi carichi di persone: Portopalo, Pozzallo, Vendicari, Marzamemi.
Intervista agli autori

*Dall’Africa all’Italia. «U stisso sangu» affronta la questione dell’immigrazione nel nostro paese, segue le storie di chi, sfuggendo alle violenze, miseria e sfruttamento, approda in Italia con la speranza di un futuro migliore.*

Francesco: C’è da fare subito una premessa. L’idea è nata dalla nostra esigenza di capire cosa c’era dietro a questo mondo. Da circa quattro anni, mi trovavo per motivi di studio a frequentare la vicina città di Pachino dove da circa 10-15 anni c’è un movimento massiccio di migranti, provenienti principalmente dalla Tunisia, Marocco e Algeria. La cosa con cui mi sono scontrato subito è il pregiudizio di una buona parte della gente, che giornalmente non faceva altro che parlare di migranti con un senso di disagio. Nonostante i migranti fossero gli stessi che raccoglievano il famoso pomodorino di Pachino. Provai un certo imbarazzo, non ero preparato sull’argomento, ma non posso dimenticare un giorno una mia collega, che mi disse che la sera preferiva non uscire di casa perché fuori dalla sua porta tutte le sere c’erano dei migranti fermi a bivaccare, e aveva paura di essere aggredita. Da qui mi convinsi che dovevo in qualche modo capire davvero, cosa stava succedendo. C’era qualcosa o meglio qualcuno che da diversi anni stava facendo una campagna che individua il nemico «nell’uomo nero», come quello delle fiabe per bambini, ma con una sottile differenza, che questo è un essere umano e che ha diritto di esistere come tutti. C’era bisogno di questo lavoro, per i miei coetanei e non solo, ma soprattutto per chi, fino ad ora aveva un idea di migrazione che leggeva solo sulle testate nazionali o delle notizie dei telegiornali che riportavano solo informazioni legate alla politica nazionale. La televisione seguiva due stagioni: l’autunno per i Rom, – parlando continuamente di furti e stupri – e la primavera/estate per quelli del corno d’Africa, – perché ad aprile cominciavano gli sbarchi, e quindi si parlava di Lampedusa. Il racconto si apre a Portopalo, proseguendo per Caltanissetta e Cassibile, i tre punti chiave del cammino dei flussi migratori.

Sebastiano: Al film abbiamo impartito il compito di seguire delle storie. E abbiamo voluto che fossero i migranti a raccontarcele. Ricostruire le loro speranze e registrare le loro perplessità di fronte alle falle del nostro sistema di accoglienza, è quanto volevamo fare. E in questa scelta, nell’emanciparci da qualsiasi commento fuori campo, abbiamo voluto esaltare la loro parola, il loro buon senso di persone a cui l’approdo e lo scontro con il nostro sistema di realtà, fa cadere tutte d’un colpo le illusioni e le positive proiezioni su quel futuro migliore che si aspettavano. Volevamo mostrare questo disavanzo tra speranza e realtà. Mostrare che questa «terra promessa, per cui loro rischiano la vita, in realtà non ha nulla di quel sogno occidentale cui speravano di andare incontro. Riuscire a liberarsi dopo mesi, a volte anni, da un carcere libico per sfidare la morte attraversando il Canale di Sicilia non basta a liberarli. Perché una volta qui, li aspettano altre forme di detenzione, e regole restrittive come quelle del reato di clandestinità.

*Il documentario denuncia le politiche dei respingimenti messe in atto dall’Italia e la fallimentare esperienza dei Cpt [oggi Cie] come quello di Pian del Lago a Caltanisetta*.

Francesco: L’esperienza di Pian del lago, è stata molto illuminante. Avevamo deciso di non raccontare dei cpt nel nostro film, perché vi erano stati già molti altri lavori che avevano egregiamente raccontato la situazione dei cpt in Sicilia, se pensiamo che il primo cpt è nato proprio qui, a Trapani [«Vulpitta» partorito subito dopo la legge Turco-Napolitano]. Ma l’anno scorso di fronte alla notizia che dentro Pian de lago vi era stata la morte di un immigrato ghanese, ospite del centro d’identificazione, – avvenuta nella notte tra il 29 ed il 30 giugno 2008 – decisi di andare a vedere con i miei occhi, cos’era successo, e fare un breve passaggio sul cpt. Quello che trovai di fronte al CIE-CPT-CPA-CARA [dentro vi sono tutti e quattro] di Pian del Lago fu altro. Fu la prova che c’era una falla nel sistema dei richiedenti asilo. Undici afghani e alcuni ragazzi del Kashimir da giorni soggiornavano fuori dal cpt, dopo avere manifestato la loro volontà di chiedere asilo, erano in attesa di appuntamento in questura, per poter ricevere il sussidio e il permesso di soggiorno. Da diversi giorni dormivano sul marciapiede, nutrendosi solo di mandorle, senza potersi lavare, e ricevendo aiuto solo da alcune associazioni locali. Erano molto arrabbiati, sopratutto amareggiati di aver trovato un accoglienza del genere. I richiedenti asilo nel nostro film, li incontriamo anche dopo, a Cassibile e Modica nei campi del Marchese e nella Comunità dove abbiamo girato, questo con l’intenzione di far conoscere alla gente quanti sono, che struttura c’è dietro, perché quando si parla di migranti si parla solo di espulsione e respingimenti e non si spiega che c’è una grossa parte di migranti che non potrebbero essere respinti. Chi chiede asilo ha diritto di stare qui, ma anche chi non lo chiede non sa di avere questo diritto. Chi viene da territori come l’Eritrea, Somalia, Sudan ha automaticamente questo diritto, perché proviene da un territorio di guerra o perché viene perseguitato personalmente. L’Italia deve accoglierli per legge.

Sebastiano: Nei mesi di lavorazione del documentario ancora non si parlava di respingimenti. Ricordiamo che le riprese sono state fatte più di un anno fa. Il nuovo Governo si era appena insediato quando noi registravamo gli sbarchi a Portopalo. Per quanto riguarda i CPT, abbiamo consapevolmente scelto di affrontare la questione in maniera un po’ trasversale. Nel senso che i CPT sono zone militarizzate, non è consentito neanche fare riprese dall’esterno. Almeno questo ci è stato detto di fronte a quello di Cassibile dai Carabinieri. CPT, questo tra l’altro, la cui società di gestione è sotto inchiesta per frode e cattivo utilizzo dei fondi destinati alle cure e alle accoglienze dei migranti. Qualcuno, vedendo le condizioni in cui venivano “ospitati” o “trattenuti” (la scelta del termine è sintomatica), ha parlato di Lager. Invece le riprese di Pian del Lago a Caltanissetta, hanno un preambolo importante. Francesco si trovava li perché il giorno prima un ragazzo di vent’anni era morto senza che gli avessero prestato cure mediche. Il ragazzo diceva di sentirsi male, e gli diedero un’aspirina. Così nella notte morì. Di questo nel film non si parla, abbiamo invece preferito parlare degli afgani lasciati da tre giorni a sostare sulla banchina di fronte al CPT, con l’ordine di non poter entrare e con l’obbligo di non allontanarsi. Questo ci sembrava importante, perché mentre le autorità amministrative e politiche tenevano i loro comizi in prefettura per stabilire i torti che avevano portato alla morte del ragazzo, questi undici afgani rischiavano di morire disidratati. Ma forse non era poi così importante, o almeno lo era meno, perché loro si trovavano fuori dai cancelli del CPT.

*C’è poi tutto un capitolo dedicato allo sfruttamento dei migranti, al lavoro nero, come quello nei campi di patate di Cassibile in provincia di Siracusa*.

Francesco: Quel capitolo, abbiamo deciso di affrontarlo in modo diverso. Avevo letto dei reportage di Fabrizio Gatti, sul caporalato nelle campagne di Foggia e rimasi scioccato, mi resi conto subito che la situazione a Cassibile era diversa, ma non delle migliori. Parlando con alcuni abitanti del paese, abbiamo subito appreso qual era la condizione nel siracusano, abbiamo trovato difficoltà nell’incontrare migranti e imprenditori che erano disposti a raccontare come stavano le cose, sia perché i primi si trovavano in una situazione di clandestinità e quindi con il rischio di essere scoperti, e poi perché per ovvi motivi non c’era nessuno disposto ad “autodenunciarsi”. Non cercavamo lo scoop per denunciare imprenditori e caporali, volevamo raccontare due storie, quella del contadino “straniero” e del caporale “Siciliano”.
Ma appena ci si fiondava con la telecamera nei campi, molti migranti scappavano, qualche imprenditore ci cacciava perché eravamo sui terreni privati (e ovviamente avevano operai in nero). Questo fin quando non abbiamo conosciuto Davide, giovane imprenditore di Risposto (CT), che ogni hanno con la sua azienda affitta le terre del Marchese a Cassibile, per coltivare la patata. Lui a differenza di molti altri, aveva regolarizzato le persone che lavoravano per la sua azienda – 4 italiani e 10-15 stranieri circa. Abbiamo parlato di lavoro nero, della gente che ogni anno è senza casa, e vive sotto gli alberi per lavorare, o per cercare lavoro. Ma la parte più interessante del discorso è stata quando ci ha spiegato che ormai oggi i Siciliani non vogliono fare un lavoro umile come quello della campagna, e che se non fosse stato per i migranti (come dice lui nel film: “ questi Marocchini”) lui potrebbe chiudere la sua azienda. Quanti imprenditori fino ad oggi avevano ammesso una cosa del genere? Non c’era bisogno di dire altro, lui aveva spiegato perfettamente qual è la condizione attuale del lavoro nelle campagne siciliane.

Sebastiano: Cassibile rientra in quel “tour della transumanza”, di cui fanno parte anche Rosarno, Foggia e Castelvolturno, tappe di un unico itinerario, quello dello sfruttamento, del lavoro pesante e mal retribuito dalle varie mafie locali. E anche delle sistemazioni in alloggi e ripari di fortuna. Gli alberi di Carrubbo per Cassibile con le fragole e le patate, la Cartiera da poco abbattuta di Rosarno per le arance, e così via dicendo. E’ un sistema studiato per reggere l’economia del sud legata all’agricoltura. Manodopera a basso costo, molta irregolare e perciò ricattabile in qualsiasi momento.

*Un racconto positivo è invece quello di Rachida, come anche l’esperienza della comunità «Il dono» di Modica*.

Francesco: Molte delle donne durante le interviste, mi dicevano che preferivano morire in mare, che vivere le condizioni si abuso e sofferenza che lasciano nella propria terra, quello che dovevano subire in Libia una volta catturati dalla Polizia e rinchiusi nelle carceri. Storie pesantissime per i dettagli che i contenuti offrono, ma che a certo punto assumono possiamo dire un lieto fine per alcuni, visto che ora queste donne, in qualche modo hanno la certezza di potersi in qualche modo costruire una vita vera, di poter progettare, anche se il loro sogno sarebbe quello di poter ritornare nella propria “terra madre”. Per quanto riguarda Rachida, credo fosse necessario dimostrare che oggi si può convivere assieme, anche con le proprie differenze. Uso la parola convivere perché la trovo più appropriata rispetto alla comune parola integrazione. Rachida manda i suoi figli a scuola facendogli anche frequentare l’ora di religione. Allo stesso tempo a casa, impartisce i suoi insegnamenti di donna musulmana. Dice loro di non fare differenze e di mettere alla pari le due cose. Di decidere, una volta conosciute entrambe, quale strada seguire. Non so se i cristiani sarebbero disposti a fare una cosa del genere. Molto importante quello che dice alla fine dell’intervista: alla domanda se oggi si sente una siciliana o una straniera, lei risponde…….Siciliana!

Sebastiano: Questi due sono ottimi esempi di integrazione e accoglienza tutti al femminile. Rachida, perché come donna, madre e educatrice sembra aver molto chiara la propria dimensione rispetto al contesto in cui vive. E mi sembra positivo anche l’esempio delle donne nella comunità di Modica. Perché dopo le terribili esperienze della Libia hanno trovato un ambiente ben gestito, portato avanti da persone valide, capaci di creare quella dimensione di familiarità in cui è possibile comprendere quali siano le nuove regole, i nuovi usi e costumi di questa, per loro, nuova Italia.

Qualche informazione sul documentario:
«Fin dall’inizio abbiamo pensato che questo film dovesse in qualche modo avere una diffusione diversa da quelli dei canali standard cinematografici – spiega Francesco Di Martino – Il nostro intento non era quello di creare un prodotto cinematografico, ma più che altro creare un lavoro cinematografico che potesse essere divulgato nei canali studenteschi universitari, circoli culturali e associazioni, insomma dove c’è gente che ha voglia di dare uno sguardo al cammino e tutte le difficoltà che i migranti affrontano una volta sbarcati in Sicilia. Da qui nasce la campagna «distribuisci dal basso», dove ogni persona dopo la proiezione del film, che stiamo facendo per via di un Tour Regionale [partito lo scorso 15 giugno da Catania, e che fino a ora conta 20 proiezioni] può acquistare una copia del film e così contribuendo in due modi:

1. La campagna distribuisci dal basso consiste nel comprare la copia del dvd e masterizzare tutte le copie che si vogliono per regalarle ad amici e parenti. Si può anche organizzare una proiezione del film senza bisogno che siano presenti gli autori quando e come si vuole [comunicando la data agli autori solo per poter pubblicizzare la proiezione sul sito ufficiale attraverso i comunicati stampa].

2. Ci aiuta a finanziare il tour nazionale del film, che partirà appunto da Roma il 25 settembre.
Abbiamo fatto un calendario e andremo in diverse località, per diffondere il nostro lavoro in un panorama nazionale fuori dai classici canali cinematografici, e l’acquisto quindi ci permette di poterci pagare gli spostamenti con i proventi del film. Ci tengo infine a ringraziare Corrado Iuvara, che ha curato tutto il montaggio del film, Angelo Moncada che si è occupato del Suono e della Musica, Davide Di Rosolini e Costanza Paternò per aver prodotto la musica, e i Trinakant per averci concesso un brano nel film, e Cristian Consoli per il progetto grafico e le foto di scena. Ovviamente chi ha creduto nel nostro progetto, finanziandolo inizialmente, e tutte le persone che ci hanno aiutato nella produzione vera e propria, lista che sarebbe troppo lunga che trovate nei Titoli di Coda».

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I medici si ribellano: “No alla denuncia dei clandestini”

medici_denuncia_immigrati_385I medici non si arrendono. Tornano a rivendicare il loro ruolo professionale e lanciano un nuovo appello al Governo: “Chiediamo che venga introdotta, definitivamente e senza equivoci, una precisa norma che esenti i medici e tutti gli operatori sanitari dall’obbligo di denuncia degli immigrati clandestini”. Nel mirino dei camici bianchi dell’Intersindacale, che oggi a Roma hanno indetto una conferenza stampa per accendere i riflettori sul problema, ci sono le norme del disegno di legge sulla sicurezza (ancora da approvare in Senato) che introducono il reato di clandestinita’. Cosa “che di fatto obbliga i medici, in quanto pubblici ufficiali, alla denuncia degli immigrati irregolari”.
La mancata denuncia li porrebbe di fronte al rischio di sanzioni penali. I sindacati medici, “uniti e compatti”, tornano quindi alla carica, difendendo il diritto costituzionale a prestare soccorso e cure a tutti i cittadini: “Nessuno escluso e senza distinzioni” di nessun genere. “Chiediamo di cambiare la legge – afferma senza mezzi termini il segretario nazionale dell’Anaao Assomed, Carlo Lusenti – introducendo una norma specifica che metta al riparo una volta per tutte i medici dal rischio della segnalazione dell’immigrato clandestino”.

I camici bianchi non si fermano a questa richiesta, e hanno gia’ pronta un’alternativa qualora il loro appello cada nel vuoto. “Nel caso in cui la legge, magari per motivi strettamente politici, passasse cosi’ com’e’ – aggiunge Lusenti – proponiamo al Governo di mettere a punto un decreto ministeriale o una circolare in cui, nero su bianco, si ribadisca che la legge non prevede l’obbligo di denuncia per i medici e gli operatori sanitari”.
Se anche questo invito dovesse essere rispedito al mittente, l’Intersindacale medica annuncia di essere pronta a intraprendere una dura battaglia e a “difendere fino in fondo” tutti quei medici che dovessero essere denunciati per la mancata segnalazione del paziente clandestino. “Daremo tutela legale e soccorso giudiziario fino alla Corte Costituzionale”, precisa Lusenti. Che poi fa un appello a tutti i medici. “Noi camici bianchi, nell’esercizio delle nostre funzioni, dobbiamo avere due riferimenti: il Codice deontologico e la Carta Costituzionale, dove viene specificato che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettivita’”.

4-5-6 ottobre: Caserta antirazzista


Una manifestazione antirazzista, promossa dalle associazioni presenti nel casertano, si terrà a Caserta dal 4 al 6 ottobre.

L’annuncio è stato dato nel corso della conferenza stampa che alcuni rappresentanti dei migranti di Castevolturno hanno tenuto questa mattina all”American Palace’, un complesso residenziale abitato unicamente da migranti, a cui hanno partecipato alcuni parenti delle vittime, amici e connazionali delle sei persone massacrate lo scorso giovedì 18 settembre.

Un incontro organizzato non solo per ricordare gli africani uccisi, ma anche per chiedere “verità e giustizia” e per raccontare la realtà quotidiana di migliaia di immigrati, fatta anche di pullman che, a volte, non si fermano se in attesa ci sono solo africani, di sveglie alle 5 del mattino per andare sulle rotonde ad attendere i caporali, del lavoro duro e dello sfruttamento compiuto non solo nei campi, ma anche nelle ditte edili. E ancora per raccontare episodi di violenza e di indifferenza mostrata spesso dai cittadini del luogo. loro hanno mostrato le loro case hai giornalisti. Ci vivono anche in dieci in tre stanze per un costo di 500 euro al mese completamente inospitali

I tre giorni saranno dedicati a un approfondimento sulla condizione degli immigrati che abitano sul territorio casertano.
Sabato 4 si terrà un corteo antirazzista seguito da una veglia interreligiosa per le vittime del mare; domenica 5 un concerto contro il razzismo e lunedì 6 sarà interamente dedicato agli incontri istituzionali. “In Italia l’immigrato clandestino, secondo le leggi attuali, anche se lavora e ha una casa, non ha alcuna possibilità di prendere un permesso di soggiorno – dice Mamadou Sy, vicepresidente della comunità senegalese di Caserta – e di uscire dalla clandestinità. Immigrati che ogni giorno rischiano la vita lavorando in condizioni disumane per portare la frutta sulle nostre tavole o per costruire le nostre case. Immigrati – continua – che si prendono cura degli anziani italiani, ma ci vogliono far credere che siamo noi la causa di tutti i mali di queste terre e che siamo il nemico da combattere”.
Secondo Sy, senza “l’introduzione del permesso di soggiorno, i lavoratori immigrati saranno sempre più invisibili continuando a lavorare in nero e a subire ogni forma di sfruttamento. Noi vogliamo dire basta a tutto questo – conclude – e far conoscere a tutti: nei luoghi di lavoro, fuori le scuole, nelle piazze e ai politici quale sia la verità”.

Erano in tanti, oggi a Castel Volturno (Caserta), a dire no alla `criminalizzazione’ nei loro confronti e al razzismo. Una conferenza stampa, svoltasi presso l”American Palace’, . Intanto, le associazioni del territorio che difendono gli immigrati hanno annunciato tre giorni di manifestazioni, a Caserta, i prossimi 4, 5 e 6 ottobre “contro il razzismo, per i diritti di cittadinanza, contro la prevaricazione della camorra e di tutti quelli che sfruttano la condizione di subalternità giuridica e sociale in cui vivono gli immigrati”.

Castelvolturno. Cronaca di una strage

Sale la tensione a Castelvolturno dopo l’agguato in cui ieri sera davanti ad una sartoria – la “Ob Ob exotic fashions” – sono stati uccisi da un commando a colpi di kalashnikov 6 migranti tutti di origine africana. Una scia di sangue ha tracciato l’asfalto: almeno 130 proiettili esplosi da sei-sette sicari, a bordo di almeno un’auto e una moto.
A distanza di pochi minuti l’agguato a Baia Verde, dove killer arrivati nel locale in sella a una motocicletta sono entrati in una sala giochi, 20 colpi di arma da fuoco, hanno ucciso il titolare un italiano, Antonio Celiento, 53 anni.

Dopo la strage oggi i migranti sono scesi in strada per esprimere rabbia per il diffuso e dilagante clima di razzismo. Gli investigatori seguono la pista di un’eventuale «ritorsione da parte del potente clan dei Casalesi» che nella zona e oltre controlla i traffici di droga e la prostituzione nella zona.
I migranti non ci stanno e scendono in piazza, per protestare, anche violentemente: “non siamo spacciatori – urlano – siamo gente onesta e che lavora e inveiscono contro gli italiani ‘bastardi’”.

Alla sartoria “Ob Ob exotic fashions” la gente del posto ci portava i pantaloni per farli accorciare: una sartoria, gestita da “persone tranquille”, tutti stranieri, in Italia solo per lavorare.
Questo gridano, rivendicando di essere “ghanesi, non nigeriani…” i connazionali delle vittime di strage. Lo hanno detto quando i cadaveri sono ancora a terra, sul luogo della carneficina degli africani.
E lo ripetono amici e parenti, giurando di essere estranei a qualsiasi giro di malaffare
Urlano, protestano, armati di mazze e pietre, sfasciano vetrine dei negozi e macchine, rovesciano cassonetti, mandando il traffico in tilt.

La questura schiera circa cento uomini in tenuta antisommossa.
A Castel Volturno, sulla via Domiziana, nella zona dell’Ischitella, ogni strada ha i cassonetti riversati a terra, le saracinesche dei negozi sono abbassate ed i segni della guerriglia degli immigrati africani sono dappertutto.
“E’ la rabbia dei disgraziati, sfruttata dalla camorra. A questo punto non servono sindaci sceriffi o l’intervento dell’esercito, ma una attività seria di intelligence che metta in carcere i criminali”, è la voce di Tommaso Morlando, responsabile regionale dell’Italia dei valori, assessore a Castel Volturno e consigliere del sindaco-magistrato Francesco Nuzzo, che ha tentato oggi a più riprese una mediazione con i migranti, che manifestano, rivendicano l’estraneità delle vittime a traffici illeciti e legami con la criminalità organizzata.

Gli inquirenti però seguono la pista della camorra per entrambi gli agguati di ieri sera. Si cerca di capire se ad uccidere, a distanza di pochi minuti, sia stato lo stesso gruppo di fuoco e con lo stesso movente. Secondo gli inquirenti, gli esponenti del clan facente capo a Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, avrebbero adottato, da alcuni mesi, una vera e propria strategia del terrore nei confronti non solo della comunità di africani che abita sul litorale domizio, ma anche verso i familiari di collaboratori di giustizia.
Lo scorso 2 maggio, ad esempio, fu massacrato Umberto Bidognetti, padre del pentito Domenico. Una strategia del clan per riaffermare il proprio dominio sul territorio soprattutto dopo le decine di arresti, alcuni dei quali eccellenti, di esponenti di primo piano e di gregari dell’organizzazione criminale. E un’avvisaglia forse fu data lo scorso 18 agosto, sempre nel territorio di Castelvolturno, quattro uomini con il volto coperto da caschi, armati di kalashnikov e pistole, fecero irruzione in una villetta dove c’era un gruppo di nigeriani: in 5 rimasero feriti.

A fine giornata il prefetto di Caserta non ha escluso il ricorso all’esercito e, dopo un incontro al comune di Castelvolturno tra una delegazione di migranti e il sindaco, sono arrivate le rassicurazioni che le indagini sulla strage saranno celeri.

“Ciò che sta venendo fuori dalle notizie nazionali, è l’immagine di immigrati africani armati di bastoni e bottiglie che stanno mettendo a ferro e fuoco la città. Ma è importante non dimenticare che dietro la rabbia di ognuno si nasconde la sopportazione di anni e anni di repressione sociale, di vita nella clandestinità, lavorando dalla mattina alla sera per guadagnare pochi euro, a causa di un sistema legislativo che non da la possibilità di regolarizzarsi e vivere da cittadino “normale”.
Rinnoviamo l’invito alla mobilitazione del 4-5-6 ottobre che si terrà a Caserta alla quale hanno aderito diverse personalità del cinema, della musica e dello spettacolo a livello nazionale. Saranno giornate di antirazzismo, solidarietà e rivendicazione dei diritti e della dignità degli immigrati e dei richiedenti asilo. auspichiamo una grande partecipazione non solo di immigrati ma anche di italiani, studenti, lavoratori e tutti coloro che si definiscono democratici“, dicono quelli del Centro Sociale ex Canapificio di Caserta che hanno partecipato all’incontro.

Riflettori su Napoli. Domani il Consiglio dei ministri

Vigilia del Consiglio dei ministri convocato a Napoli. Al centro il «pacchetto sicurezza» e la «crisi dei rifiuti». Mentre la città si prepara [anche se non dovrebbe esserci una «zona rossa», almeno fino a questo momento] le ruspe ripuliscono il salotto buono, quello tutto attorno alla neoclassica piazza del Plebiscito dove si affaccia la Prefettura sede del Consiglio, che accoglierà un summit comunque blindato.

Sette i cortei previsti che potranno però arrivare in piazza del Municipio [lontano da piazza del Plebiscito]. In strada ci saranno gli operatori della raccolta differenziata, che partiranno da galleria Umberto I. Proprio oggi l’Imam della provincia di Caserta, Nasser Hidouri, ha annunciato che la moschea–una delle più grandi della regione con oltre mille fedeli–si è già attivata a favore della raccolta differenziata.
Dal Maschio Angioino partiranno invece gli euro-disoccupati, da piazza Municipio gli operatori socio-sanitari, il Sindacato lavoratori in lotta invece si muoverà da piazza Matteotti. Il Coordinamento di lotta per il lavoro partirà invece da piazza del Gesù. Infine in piazza Mancini si ritrovano quelli dell’Associazione regionale immigrati. Con loro anche la comunità islamica di Salerno «per partecipare alla manifestazione contro il decreto sicurezza proposto dal governo–dice l’Imam di Salerno, Rashid Amadia–In questo momento i fedeli che frequentano la nostra moschea sono molto preoccupati per le nuove leggi che il governo intende approvare su temi come immigrazione e sicurezza partecipiamo alla manifestazione di domani come musulmani anche per condannare quanto accaduto di recente ai Rom nella nostra regione. Tra loro ci sono molti musulmani provenienti dalla Bosnia ai quali ci sentiamo vicini. Anche loro hanno dei diritti e prima di abbattere i campi Rom bisogna trovare alternative».
I presidi saranno due, uno previsto in piazza Matteotti con i lavoratori per la raccolta differenziata aderenti alla Cisal, mentre in piazza Dante ci sarà la Rete rifiuti tossici. Domani ci saranno anche i Comitati contro le discariche [come quello di Coda di Volpe, Eboli, dove continua il presidio dei cittadini, e dove il parroco don Daniele Peron, ha iniziato lo sciopero della fame] e i rappresentati delle famiglie di Rom costrette ad abbandonare il campo di Ponticelli. Loro chiedono che il governo non adotti la linea del commissariamento: «La nostra proposta è la creazione di una agenzia governativa o di agenzie regionali che possano occuparsi della stabilizzazione delle comunità rom presenti in Italia» proprio mentre da Catania arriva la notizia di un altro tentato rapimento di una bambina da parte di due rom romeni, accusati di violenza privata, sottrazione di minore e tentato sequestro di persona.

Sulla questione immigrazione, sicurezza e sulla situazione del popolo rom l’Italia è sotto accusa da parte del Parlamento europeo per violazioni dei diritti umani, violenze inaccettabili e mancata distinzione tra chi commette delitti e chi no. Nel pomeriggio nell’aula della sessione plenaria del Parlamento si discuterà proprio di questo.
L’accusa è nata dalla denuncia dell’eurodeputata ungherese, Viktoria Mohacsi, che dopo aver visitato gli insediamenti rom di Roma e Napoli, per le «gravissime violazioni dei diritti umani». A lei si è unito Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, che ha accusato l’Italia di non distinguere tra chi commette delitti e chi no: «questa distinzione non viene fatta da tutti coloro che stanno partecipando alla discussione in Italia e questo è molto triste».
E ancora oggi a Milano 29 cittadini rom romeni hanno presentato, alla prima sezione civile del tribunale, un ricorso contro il Comune per lo sgombero dello scorso 5 settembre nel campo nomadi di via San Dionigi. Quello, dicono, fu una «piccola deportazione» e ora chiedono un risarcimento dei danni non patrimoniali subiti dalle famiglie sgomberate.

Punto per punto le prime minacce del governo Berlusconi

Quali saranno le priorità del neo-governo Berlusconi? I quotidiani di oggi – italiani e non – fanno incetta di dichiarazioni.
A cominciare da «La Stampa» che riporta le dichiarazioni di Claudio Scajola, nuovo ministro allo sviluppo economico. Scajola avverte la «spinta al decollo della Torino-Lione» perché spiega: «L’Italia non può continuare a dipendere quasi esclusivamente dal petrolio, altrimenti prima o poi dovremo, metaforicamente, spegnere la luce. Per affrontare questa situazione e riallinearla con la media europea spiega ho in mente tre strategie di intervento: la diversificazione delle fonti di energia, l’accelerazione dei tempi di realizzazione degli impianti ed il rientro nel nucleare». Proprio sul nucleare precisa: «dobbiamo recuperare il gap tecnologico accumulato in questi decenni», seguendo l’esempio di Francia, Regno Unito e Stati uniti, «avviando in tempi solleciti un programma di realizzazione di impianti di terza generazione».
Anche tra le priorità del ministero dell’ambiente c’è il nucleare, come l’«emergenza rifiuti». Del resto in campagna elettorale il governo Berlusconi ha puntato tutto, o quasi, sulla sua soluzione definitiva. Ora deve dimostrarlo però, e non basteranno dichiarazioni e la convocazione del primo Consiglio dei ministri a Napoli.
È tutto, o quasi, nelle mani di Stefania Prestigiacomo, nuovo ministro dell’ambiente. Come riporta il Giornale, Prestigiacomo firmò il Patto per l’ambiente messo a punto dall’associazione ambientalista Legambiente, senza però sottoscrivere il «no» al nucleare, la cui ripresa è «uno dei punti qualificanti del programma del Popolo delle Libertà». Anche per il ministro all’orizzonte, non tanto lontano, c’è la realizzazione di rigassificatori, il «carbone pulito» ma anche l’abbattimento degli ecomostri. E proprio Ermete Realacci, già presidente di legambiente e possibile ministro-ombra dell’ambiente del Pd, parla della nomina di Stefania Prestigiacomo dice che: «Tra i nomi possibili per il ministero dell’ambiente, quello di Stefania Prestigiacomo è tra i migliori, visto che ha dimostrato sensibilità per i temi ambientali». Per Realacci quindi ci sono le basi per dialogo e collaborazione, ma se il governo Berlusconi «resterà quello dei condoni, delle colate di cemento e del non rispetto di Kioto – aggiunge Realacci– allora litigheremo».

Il ministero dell’Interno, guidato da Roberto Maroni, minaccia il «pugno di ferro verso l’immigrazione clandestina», come riporta invece La Stampa di oggi. Nella lista subito anche un «Pacchetto sicurezza» che metterà a punto con i colleghi di esteri, difesa e giustizia. «Si comincia con gli immigrati comunitari, i rom con passaporto rumeno: una delle idee è fissare una soglia minima di reddito da dimostrare all’atto di richiedere la cittadinanza. Secondo requisito annunciato, la rispondenza ai requisiti di abitabilità delle residenze indicate. Se non ci sarà l’uno e l’altra, e cioè non potendo più indicare una baracca o un ponte come proprio indirizzo, e dovendo dimostrare le fonti legali di reddito, i sindaci potranno negare il certificato di residenza al nuovo cittadino originario di un paese Ue. passo successivo, dopo novanta giorni di libero soggiorno, ma senza aver ottenuto la residenza, scatterebbe la possibilità di allontanamento coatto. Cioè di rimpatrio».
E il «Comitato generale del popolo per la sicurezza pubblica della Libia» oggi sulle colonne del «Tripoli Post» annuncia in un comunicato che la Libia non sarà più obbligata a proteggere le coste italiane dall’immigrazione clandestina fino a quando l’Italia non si impegnerà a fornire il sostegno necessario. Il comunicato sottolinea anche che «in merito alla gestione del fenomeno dell’immigrazione illegale e l’inizio della stagione estiva, durante la quale questa immigrazione clandestina dalla Great Jamahiriya [Libia, ndr.] aumenta con l’obiettivo di raggiungere in modo illegale le coste italiane», la Libia non sarà più responsabile della tutela delle coste italiane.

Le priorità del ministero delle infrastrutture guidato da Altero Mattoli?
«Il Ponte sullo Stretto», si legge su «il Giornale» che anticipa quali saranno le prossime mosse dei ministri. Matteoli annuncia discontinuità rispetto al Governo Prodi e dice: «Il Ponte sullo Stretto va rimesso in moto», volano per le altre opere di «contorno». Tra le altre priorità: i due corridoi transeuropei all’alta velocità–in primo luogo la Tav Torino Lione–il passante di Mestre, il Mose di Venezia, la Civitavecchia-Livorno e il raddoppio di tratti della Roma-Firenze. Nella lista anche le metropolitane nelle grandi città, i rigassificatori, gli «termovamorizzatori». Tutte infrastrutture senza le quali, ha detto Matteoli, «il paese sarebbe condannato a un declino irreversibile».

Ignazio La Russa, insediatosi a palazzo Baracchini sede del ministero della difesa, avrà un gran da fare sulle missioni all’estero, la questione delle truppe impiegate e quella delle cosiddette «regole d’ingaggio» che risolverà, si legge ancora su il Giornale «insieme al collega della Farnesina Franco Frattini». Su questo arriva proprio questa mattina la notizia che le regole d’ingaggio dell’Unifil, la missione delle Nazioni unite in Libano, potrebbero essere modificate a seguito delle dichiarazioni dell’inviato dell’Onu Terje Roed-Larsen, che ha definito l’organizzazione sciita Hezbollah «una minaccia alla pace» regionale. «Le regole di ingaggio possono cambiare–ha detto il portavoce del segretario generale Ban Ki-moon–anche se non prevediamo modifiche a breve termine». Proprio ieri il capo di Hezbollah, Hasan Nasrallah, aveva detto che i rapporti con l’Unifil sono «positivi» e «non cambieranno», aggiungendo che le regole d’ingaggio «non devono essere cambiate, come ad esempio il nuovo premier italiano Silvio Berlusconi dice di voler fare».

Dal canto suo Frattini, nuovo capo della diplomazia italiana, fissa tre punti fondamentali del suo lavoro. «Grande dialogo con l’Europa, ma senza ‘euro-entusiasmi’, con un giusto bilanciamento tra tradizione europeista dell’Italia e tutela degli interessi nazionali – scrive i Giornale–Una linea di discontinuità rispetto alla politica del predecessore D’Alema nella visione del conflitto mediorientale, con un atteggiamento equilibrato ma riconoscendo le ragioni di Israele. Un’intensa collaborazione con il Viminale». E in vista della manifestazione nazionale di domani a Torino, contro la presenza di Israele, ospite d’onore, alla fiera del libro di Torino, Frattini dice: « La protesta può essere anche aspra ma non sfoci nell’antisemitismo». Poi sui rapporti con i Libano assicura «Non c’è nessuna emergenza, la Libia vuole cooperare con noi e con l’Ue; piuttosto la Libia pone un problema serio, il problema dei confini del fronte sud: vogliono che li si aiuti anche lì ed è giusto». L’appuntamento più importante per lui sarà l’organizzazione del G8 alla Maddalena nell’estate del 2009. Per questo. Scrive ancora il Giornale «una task force è già prevista a palazzo Chigi, in coordinamento con la Farnesina e con il Viminale». Sull’isola, che fa parte dell’omonimo arcipelago con Caprera, Santo Stefano, Spargi, Budelli, Santa Maria, Razzoli e altri isolotti minori, i lavori potrebbero partire già nei prossimi venti giorni, riportava ieri il quotidiano «La Nuova Sardegna», rivelando che L’Arsenale potrebbe diventare un albergo e così anche l’ex ospedale militare.

Giulio Tremonti, al ministero dell’economia, «si muoverà su due binari – riporta sempre il Giornale – Il primo, più tradizionale, è quello dei provvedimenti fiscali per rilanciare la crescita e i redditi dei cittadini: l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa si farà [altro cavallo di battaglia della campagna elettorale del Popolo delle libertà ndr.], senza gravare sulle casse dei Comuni. I minori introiti saranno compensati da un incremento della compartecipazione all’Irpef: un passo verso un maggiore federalismo fiscale. Per appesantire le buste paga dei dipendenti, si studia la detassazione degli straordinari e dei premi aziendali».

D’accordo con lui è anche Maurizio Sacconi, neoministro del welfare che, sul Sole 24 Ore spiega–Il primo impegno è di «detassare gli straordinari e i premi aziendali, molto presto, forse già nei primi Consigli dei ministri». Ma c’è anche il capitolo delle pensioni. Sacconi – riporta il Giornale – non intende reintrodurre lo «scalone» che ha portato da 57 a 60 anni l’età della pensione «ma punta a favorire la permanenza al lavoro e il reimpiego dei 50enni che perdono il lavoro».

Il neo-guardasigilli Angelino Alfano sceglie la via del dialogo con i magistrati, assicurando: «Sono pronto a discutere con i magistrati, certo. Lo faremo presto, prestissimo». Tra i primi punti in agenda ci sarà la discussione sugli organici, mentre «non c’è fretta», si legge sul Messaggero, di affrontare la spinosa questione della separazione delle carriere. Su questo punto il Giornale riporta l’esatto contrario. Il pacchetto sicurezza sarà uno dei primi punti del suo ministero, come per Roberto Maroni. Poi, riporta ancora il quotidiano, la lotta alla mafia[lui che tre anni fa escamò ‘la mafia mi fa schifo’, dichiarazione che lo promosse Coordinatore di Forza Italia in Sicilia] e già pensa a un’iniziativa antimafia, in vista degli anniversari delle stragi di Cosa Nostra in cui morirono i giudici Falcone e Borsellino.