Buio su Rainews24


Sciopero di un giorno: il 28 maggio prossimo. E’ la decisione che ha preso oggi l’assemblea di redazione di Rainews24 dopo all’oscuramento, di queste ore, del segnale del canale – sia sul digitale terrestre che sul satellite – causato dallo «swictch off» del segnale analogico in alcune zone dell’Italia.
Da ieri, infatti, il digitale terrestre è approdato in Lombardia e nel nord dell’Emilia Romagna e RaiNews24 – che da oggi si chiamerà Rainews – è sparita dagli schermi dell’intera penisola. Centinaia le mail arrivate nelle scorse ore in redazione hanno testimoniato l’oscuramento del canale.
«Tale disservizio denota ancora una volta l’approssimazione con la quale viene gestito il passaggio al digitale – ha osservato Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo – né i telespettatori, né i giornalisti che lavorano nella redazione del canale interessato sono stati correttamente informati». Dalla Rai il vicedirettore, con delega alla transizione al digitale terrestre, Giancarlo Leone, ha spiegato che il disagio era «temporaneo, per un risultato migliore nella ricezione di Rainews 24 sul digitale, che da stasera tornerà visibile a tutti gli utenti».
Ma sono in molti a chiedersi se sia stato un «errore tecnico» ad oscurare il canale – che dai dati aziendali diffusi nei giorni scorsi hanno sancito – un grosso aumento di telespettatori che utilizzano questo canale per informarsi – oppure qualcos’altro.
La Fnsi, la Federazione nazionale della stampa, ad esempio parla di «ostilità della Rai verso la testata».
«Un disguido? Sarà, ma i nostri utenti lo hanno vissuto come una censura», così il direttore di RaiNews 24, Corradino Mineo, che ha aggiunto: «Il problema non è solo tecnico: è politico. Ora le risposte devono arrivare, non solo dalla direzione generale, ma anche dalla presidenza. Ribadisco: se sono io il problema, mi cambino».
«Perso il ‘24? nel nome [comune a tutte le più note allnews nel mondo], negato un rafforzamento di mezzi e organico, tagliato il budget, perse le frequenze sul digitale terrestre senza preavviso per gli utenti, socchiusa la finestra in chiaro nel palinsesto mattutino di Rai3, quale futuro per Rainews?», si legge sul sito di rainews24.
Il Cdr di Rainews24 in queste ore ha chiesto un incontro urgente con il direttore generale Masi per chiedere i motivi di quanto sta succedendo e quale sarà il futuro di Rainews 24.

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Inceneritori siciliani, l’affare del secolo

«La mafia si è infilata in un sistema che le avrebbe consentito un affare che avrebbe fruttato, chi dice cinque, chi dice sette miliardi di euro, e una rendita annua di centinaia di milioni di euro per i prossimi 20-30 anni».
Così scrive Raffaele Lombardo, presidente della regione Sicilia, sul suo blog, prima di essere ascoltato ieri in tarda serata dai pm di Palermo come testimone nell’ambito dell’inchiesta sugli inceneritori siciliani.
La miccia è stata un dossier presentato a marzo alla magistratura dall’assessore regionale all’energia Piercarmelo Russo, dove erano state denunciate presunte irregolarità sui progetti di realizzazione degli inceneritori.

Una vicenda che parte da lontano, con le gare d’appalto indette nel 2002 dall’allora commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, l’ex presidente della regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, come si legge in una nota diramata dalla guardia di finanza di Palermo, che ieri ha perquisito le sedi di tutte le Ati, le associazioni temporanee d’impresa, delle società consortili e delle agenzie pubbliche coinvolte nella costruzione degli inceneritori. Una vicenda che portò nel 2007 l’annullamento delle gare da parte della Corte di giustizia europea, a causa della scarsa pubblicità data ai bandi e all’errato sistema adottato: la concessione al posto dell’appalto.

I quattro inceneritori, previsti dal piano rifiuti regionale, finiti sotto inchiesta sono quello di Bellolampo [Palermo], Casteltermini [Agrigento], Paternò [Catania] e Augusta [Siracusa]. Ad aggiudicarsi l’appalto furono quattro raggruppamenti di imprese: la Pea di cui faceva parte la Safab, poi coinvolta in un’inchiesta di corruzione, la Platani Energia Ambiente, la Tifeo e la Sicil Power. Tre Ati erano capeggiate dal gruppo Falck e uno da Waste Italia.
L’indagine, oltre che su presunte infiltrazioni mafiose nell’affare, cerca di far chiarezza sulla regolarità della gara e sull’eventuale esistenza di «accordi di cartello» tra le Ati che, con la compiacenza di funzionari pubblici a cui sarebbero andate tangenti, si sarebbero spartite a tavolino i lavori e poi, dopo la bocciatura europea, avrebbero fatto andare deserte le gare successive per indurre la Regione ad abbandonare la strada del bando pubblico.

Un nucleare né di destra né di sinistra

«Riteniamo che non sia in alcun modo giustificata l’avversione al reingresso dell’Italia nelle tecnologie nucleari», questo è uno stralcio di una lettera che 72 firmatari, tra scienziati, imprenditori, parlamentari, hanno firmato e inviato al segretario del Pd, Pierluigi Bersani.
Una lettera aperta, pubblicata integralmente su «Il Riformista», per chiedere alla sinistra di evitare «pressappochismo e atteggiamenti antiscientifici» sul nucleare che può «aiutare a combattere le emissioni di C02».
Tra i firmatari figurano Umberto Veronesi, Chicco Testa, Tiziano Treu, di cui sono note le posizione «pro atomo» e Margherita Hack che, durante il vertice di Copenhagen sul clima dello scorso dicembre, aveva esplicitamente dichiarato che il nucleare «non deve essere demonizzato perché non ne potremo fare a meno».
Senza troppi giri di parole, i firmatari chiedono al segretario del Pd «di prendere atto che il nucleare non è né di sinistra, né di destra e che, anzi, al mondo molti leader di governi di sinistra e progressisti puntano su di esso per sviluppare un sistema economico e modelli di vita e di società eco-compatibili: Brasile con Lula, Usa con Obama [che oggi ha congelato l’accordo sul nucleare civile con Mosca ndr.], Giappone con Hatoyama, Gran Bretagna con Brown».
La lettera conclude con un invito: «Occorre evitare il rischio che nel Pd prenda piede uno spirito antiscientifico – si legge – un atteggiamento elitario e snobistico che isolerebbe l’Italia, non solo in questo campo, dalle frontiere dell’innovazione. Ampi settori di intellettualità tecnica e scientifica, che un tempo guardavano al centrosinistra come alla parte più aperta e moderna dell’Italia, non ci capiscono più e guardano altrove».

Si chiede al Pd di prendere una posizione. Ma «sul nucleare la posizione del Pd, contraria all’attuale nucleare, è assolutamente chiara – hanno ribadito oggi Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, senatori del Pd – è la stessa di grandi forze progressiste europee, dai socialdemocratici tedeschi ai liberali inglesi alle forze emergenti dell’ecologismo riformista. Se qualcuno, sulla base di visioni e analisi un po’ datate vuole cambiarla, lo proponga nelle sedi democratiche del partito e si voti».

Del resto sembrano allungarsi i tempi di una reale ripresa del programma nucleare italiano, come ha fatto intendere il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini. Il ritardo sarebbe imputabile alle recenti dimissioni di Claudio Scajola dal ministero dello sviluppo economico. «Il ministro – ha detto l’ad di Finmeccanica – si stava impegnando molto e stava spingendo molto sulla ripresa del programma nucleare in Italia».
C’è da metter anche in conto che numerose regioni, Puglia in testa, hanno fatto ricorso contro la legge 99 del 2009, che disciplina il ritorno del nucleare in Italia. E proprio la Puglia, lo scorso 7 maggio, ha impugnato il decreto 31/2010 «recante la disciplina della localizzazione, realizzazione ed esercizio di impianti per la produzione di energia nucleare sul territorio nazionale», per ribadire il «no» della Regione al ritorno del nucleare.

La marea nera non la ferma nessuno

Non mi sembra normale che un colosso come la British Petroleum, in crisi dopo il fallimento il primo tentativo della “cupola” di imbottigliare il petrolio (che si è riversato in mare dopo l’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon) apra un sito per raccogliere consigli e suggerimenti di chicchessia.
La società ha di fatto ha lanciato un sos. E’ come ammettere che, a due settimane dal disastro, ancora un piano non c’è.
E intanto il petrolio continua a fuoriuscire, alcuni media parlano di 5 mila barili al giorno, circa 750 mila litri. Sono quelli che sgorgano dal pozzo in fondo al mare. Pare che la Bp ci riprovi domani ad installare la cupola. Se, anche questa volta dovesse fallire, gli ingegneri stanno pensando ad un cumulo di detriti per bloccare le falle del pozzo oppure di creare un anello di isole artificiali – ottenuto dragando sabbia e fango dal fondale marino – per proteggere le coste.
Tra tentativi e suggerimenti vari la marea di petrolio grezzo ha raggiunto le Isole Chandeleur, un arcipelago e area di sosta preferita di molti uccelli migratori, e tra poco raggiungerà le coste della Louisiana.

World Press Freedom Day

Oggi è la giornata internazionale per la libertà di stampa.
Secondo Freedom House la libertà di stampa nel mondo è diminuita per l’ottavo anno consecutivo, l’Italia è “parzialmente libera” e si attesta 72ma in classifica a pari merito con India e Benin, dietro al Cile e alla Corea del Sud. mentre “Reporters Sans Frontiere” ha pubblicato la lista dei 40 maggiori nemici della libertà, tra cui anche la criminalità organizzata italiana.

“In Italia la situazione è peggiorata – scrive Katin Deutsch Karlekar, cofondatrice e presidente onoraria di Freedom House nel rapporto 2010. Un giudizio che trova fondamento nel fatto che “il Primo Ministro Silvio Berlusconi si è scontrato con la stampa per la copertura della sua vita personale, che ha portato a querele contro i media esteri e locali e alla censura di ogni contenuto critico da parte della TV di stato“. E ancora “Il ritorno al potere di Berlusconi – si legge nel rapporto – nell’aprile 2008 gli ha permesso nuovamente di poter controllare fino al 90 per cento delle emittenti televisive nazionali, mediante gli sbocchi alle televisioni pubbliche e le sue partecipazioni ai media privati“.

In un altro rapporto, quello di Reporters sans Frontieres (RSF) uscito in occasione del “World Press Freedom Day” , si legge che insieme a Hu Jintao, Mahmoud Ahmadinejad, Muammar Gheddafi, Paul Kagame, Raul Castro, Vladimir Putin, le “mafie” italiane sono tra i “40 predoni dell’informazione” accusati da Reporters sans Frontieres (RSF) di mettere ogni giorno a rischio il lavoro e la vita dei giornalisti.
Sono, si legge nel rapporto reso noto oggi dall’organizzazione, organizzazioni e uomini “potenti, pericolosi, violenti e al di sopra della legge. Hanno la facoltà di censurare, imprigionare, rapire, torturare e, nel peggiore dei casi, assassinare i giornalisti”. Per mettere a tacere un giornalista può bastare anche meno di un sequestro o di un colpo di pistola. Nel rapporto si specifica che il quadro della libertà di stampa peggiora di anno in anno in Italia – al 49esimo posto secondo la classifica redatta – per le “pressioni del Cavaliere”, mentre l’Europa diventa sempre meno il punto di riferimento per uno dei più importanti diritti civili, misura della dignità e della decenza democratica di un paese.
“Lo Stato della libertà di stampa in Italia”, è il giudizio del Rapporto, “stretto tra riforme draconiane e le minacce della mafia, preoccupa sempre più i suoi vicini europei. Il controllo della mafia si rafforza e costringe un ampio numero di giornalisti ad operare con circospezione”.
Tra coloro che rischiano ogni giorno la vita il Rapporto cita Roberto Saviano, il corrispondente dell’Ansa da Palermo Lirio Abbate, e la giornalista del Mattino Rosaria Capacchione. “Il loro lavoro, e il rischio che lo accompagna”, afferma il Rapporto, “non ha il sostegno del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi”, che “nel novembre del 2009 disse di voler ‘strangolare’ scrittori e cineasti perché, scrivendo di mafia, avrebbero fornito una cattiva immagine dell’Italia”.