L’affaire Brebemi e l’asse Di Pietro-Formigoni

«Nella società che deve costruire l’autostrada Milano-Brescia, la BreBeMi, c’è un consigliere d’amministrazione in affari col ministro Antonio Di Pietro». Lo rivela oggi il settimanale Panorama. La storia è quella dell’imprenditore, Tristano Testa, che «nel 2002 ha costituito a Varna, città turistica sul Mar Nero, un’immobiliare di diritto bulgaro con Di Pietro socio al 50 per cento– si legge–Il leader dell’Italia dei Valori, diventato nel frattempo ministro delle Infrastrutture il 19 febbraio 2007, ha firmato, con Roberto Formigoni, l’atto costitutivo della Cal [concessioni autostradali lombarde, 50 per cento Anas e 50 per cento Regione Lombardia], l’organismo che ha dato alla BreBeMi, già vincitrice della gara d’appalto nel 2001, la concessione per costruire l’autostrada».
Ezio Locatelli, deputato di Rifondazione comunista, dice: «E’ una grande operazione immobiliare e speculativa. Con grande euforia, in un recente convegno, è stata decantata da operatori e costruttori come operazione lungo la quale si produrrà un ‘grande sviluppo produttivo, commerciale e immobiliare’. Tra l’altro, in una delle ultime aree urbanizzabili della regione. Invece è totalmente inutile dal punto di vista della mobilità. Fra l’altro costeggia l’attuale linea ferroviaria Venezia-Brescia-Treviglio-Milano, sottodimensionata del 10 per cento rispetto alla domanda di spostamento dei pendolari. Ancora una volta, invece che investire sulla mobilità collettiva e sul trasporto su ferro, si fa la scelta di implementare il sistema autostradale, quando anche per il trasporto su gomma si potrebbe intervenire potenziando gli assi viari che già ci sono».
Di Pietro replica all’accusa e parla di partecipazione ad una semplice «impresa agricola». «Prima delle elezioni Di Pietro era assolutamente contrario a quest’autostrada–aggiunge Locatelli–Oggi è impegnatissimo a veicolare tutte le peggiori opere previste da Piano Lunardi in Lombardia, in stretto rapporto con Formigoni. Dal punto di vista formale credo non ci siano particolari problemi, nella vicenda che lo lega all’impresa bulgara. Dal punto di vista politico il problema c’è. Questo ci può far pensare che la ‘giravolta’ di orientamento di Di Pietro sia anche molto legata e condizionata anche da un dato di scelta politica come da relazioni e rapporti che il ministro ha».
Come raccontiamo su Carta in edicola sabato 24 sulla BerBeMi la Ue ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia perché la ripartizione dei costi avrebbe imposto una gara d’appalto pubblica che invece non c’è stata. Ma Di Pietro non ha dubbi, il 3 dicembre volerà a Bruxelles per spiegare che l’autostrada «è necessaria e che abbiamo rispettato tutte le regole».

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La Toscana indecisa tra inceneritori e «sostenibilità»

«Problema: se ogni famiglia produce 5,7 chilogrammi di rifiuti a testa, e solo il 50 per cento è riciclabile, saremo nella cacca?». Questo è il testo del manifesto della campagna pubblicitaria che ha promosso la Provincia di Firenze a favore dell’inceneritore di Case Passerini. Per Ornella De Zordo, consigliera comunale per il gruppo Unaltracittà/Unaltromondo, questa è una campagna «che falsa la realtà, demagogica, pericolosa, perché afferma che solo il 50 per cento dei rifiuti prodotti può essere riciclato». Come ha potuto allora il comune di Capannori [Lucca] raggiungere l’82,40 per cento di raccolta differenziata? Anche secondo il Wwf la campagna è falsa ed ingannevole e, come ha affermato il presidente della sezione regionale, Guido Scoccianti, «siamo davanti a dati palesemente manipolati ad uso politico per ingannare i cittadini».
Proprio oggi la Regione Toscana, con soddisfazione del presidente Claudio Martini, ha varato la nuova legge sul ciclo dei rifiuti, che prevede la riduzione degli Ato regionali da dieci a tre. Ma la strada intrapresa parrebbe puntare, anche qui, alla costruzione di nuovi inceneritori, senza i quali «sarà impossibile trovare l’autosufficienza di smaltimento di nuovi ambiti allargati e procedere ad una vera razionalizzazione del sistema dei rifiuti della Toscana», ha detto il consigliere del Pd, Pier Paolo Tognocchi. I Comitati No inceneritori della Piana fiorentina preannunciano battaglia e si organizzano per la prossima «giornata mondiale contro gli inceneritori» promossa da Gaia, che si terrà il 28 novembre. Lo slogan è eloquente: «Rifiuti zero, zero riscaldamento globale: le tecnologie non puliscono il futuro».
La Rete per la difesa del territorio toscano, che comprende 155 comitati [tra cui quelli che lottano contro i mostri bruciarifiuti] saranno poi presenti, oggi e domani, agli «Stati generali della sostenibilità» che si tengono a Novoli, in provincia di Firenze. Sembra un controsenso ma gli «stati generali» sono stati voluti dallo stesso Martini per parlare di sostenibiltà ambientale. «Ogni giorno che passa diventa più urgente cambiare stili di vita e modello di sviluppo perché quello in cui siamo cresciuti appare vecchio, affaticato e non funziona più. Noi stiamo dentro ad un percorso mondiale che chiede con urgenza una nuova gerarchia di valori», ha detto Martini ieri presentando l’evento.
Magari si potrebbe iniziare fermando le speculazioni edilizie che stanno mangiando la regione. A partire dalle villette di Monticchiello [queste si sono state fermate ma non dalle amministrazioni], per non partlare della scellerata riconversione in «resort» del borgo medievale di CastelFalfi di cui raccontano gli urbanisti Sandro Roggio ed Edoardo Salzano nel numero di Carta settimanale in edicola da domani.

Il futuro del mondo visto dal Wec

E’ un viaggio epico, quello per arrivare alla Fiera di Roma, dove è iniziato il Wec, il Congresso mondiale dell’energia arrivato alla sua ventesima edizione. Dopo interminabili minuti in metropolitana, una navetta scarica i partecipanti al cancello est, ma per entrare bisogna passare da quello nord. Qui scendono i delegati, sono 3.500 e provengono da tutto il mondo. Ad accoglierli un festoso presidio di Legambiente, che ha preparato una sorta di carro allegorico in cui la terra è infilzata allo spiedo come una porchetta e bruciata dal carbone. C’è anche un grande striscione su cui campeggia la scritta: «Fermiamoli. Petrolio, nucleare e carbone, una miscela esplosiva per il clima e la pace nel mondo». E’ il mix esplosivo su cui si basa l’attuale modello energetico del pianeta che sta causando l’aumento vertiginoso delle emissioni di CO2, responsabili del surriscaldamento del clima. Ma è anche la ricetta del Wec e va fermata, dicono i manifestanti sui volantini distribuiti all’entrata del summit, perché mentre si preme per portare avanti quel modello energetico, «la lotta per il controllo delle risorse petrolifere e atomiche fa crescere il rischio di guerre e attentati terroristici».

La sala delle conferenze, scintillante di luci bianche e bluastre, sembra l’astronave di Star Trek, con tanto di colonna sonora. E’ qui che si decide il futuro delle prossime generazioni: in un padiglione fasciato da teloni di plastica dei «main sponsor»: Enel e Eni per citarne alcuni. Il logo ufficiale ritrae una bambina che soffia su una girandola arcobaleno. Visione suggestiva che punta ad un futuro [la bimba], in cui l’energia sarà rinnovabile come quella eolica [la girandola]. Visione ingannevole, perché al Wec le fonti rinnovabili hanno un ruolo di secondo piano.
Lo ha sottolineato ieri anche nostro presidente del Consiglio dei ministri, Romano Prodi, dopo aver «tagliato il nastro» del Wec. «Deve essere intensificata la ricerca nel settore del carbone pulito, nel nucleare di nuova generazione», ha detto Prodi. Invece l’offerta delle rinnovabili, seppur in crescita, rimarrà marginale.

Ritrovarsi qui dopo aver partecipato al Controvertice per l’altra energia, «OtherEarth», ancora in corso alla Città dell’altra economia di Roma è come cambiare dimensione. Da un lato, ad esempio, sabato la leader della coalizione antinucleare bulgara BeleNè, Albena Simonova, spiegava nel dettaglio l’incredibile abbaglio che il governo di Sofia sta prendendo con la costruzione della nuova centrale nucleare a Belene [a cui partecipa anche l’Enel]. Dal controvertice, domenica pomeriggio, si è venuti qui per una protesta fuori dai cancelli, proprio mentre due militanti di Greenpeace si lasciavano penzolare dal soffitto della sala della conferenza: stava parlando Prodi.

Dai discorsi ufficiali, con la scusa della «fame di energia» della Cina e dell’India, si capisce che per i ministri e i boss dell’energia riuniti alla Fiera di Roma il nucleare è il futuro. Come ha detto lunedì mattina il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, «è ovvio che la pressione congiunta tra la crescente domanda di energia e i cambiamenti climatici ha dato una spinta al rilancio della discussione sull’energia atomica». Il dibattito sul ritorno al nucleare è insomma più che mai aperto, soprattutto in Italia.

Riuscirà il Wec a dare l’ultima spallata ad un paese che vent’anni fa votò a larga maggioranza «no» all’atomo? Ci sono tutti i presupposti per dire di sì e non dovrebbe neanche essere una spallata tanto vigorosa. Dopo l’accordo Eni-Gazprom sullo studio di fattibilità del gasdotto SouthStream, Pierluigi Bersani, ministro per lo sviluppo economico, strizza l’occhio in pubblico al ministro russo dell’industria e dell’energia, Viktor Khristenko, per sviluppare «larghe intese in campo energetico e tecnologico tra Europa e Russia in cui l’Italia vuole sospingere il dialogo strategico». Khristenko chiarisce che il suo paese sarà uno dei leader nell’energia nucleare nel prossimo futuro.
Che l’Italia si accodi o no è questione di tempo, come è questione di tempo per l’Europa intera. Quello che è certo è che in questi cinque giorni, come recita il titolo del rapporto presentato questa mattina dal Word energy council, «Deciding the future», è qui che si decide il futuro.

Il nucleare a vent’anni dal referendum, intervista a Massimo Serafini

A vent’anni dal referendum antinucleare cosa è cambiato in Italia? Risponde *Massimo Serafini* del Contratto Mondiale per l’energia e autore, tra l’altro, di uno degli articoli contenuti su Carta etc di novembre dedicato a «OtherEarth», il Controvertice dell’altra energia che si tiene a Roma dall’10 all’15 novembre alla Città dell’altra economia.

L’8 novembre di quest’anno ricorre il 20° anniversario del referendum antinucleare. Cos’è cambiato in questi vent’anni?

Le ragioni di quel no sono ancora valide però non è cambiato assolutamente niente, hanno solo aggiunto delle generazioni – si parla della quarta – ma non si sa ancora dove mettere le scorie. Non c’è nessuna sicurezza intrinseca

Ieri la Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia ha pubblicato il «World Energy Outllok», il suo rapporto annuale, nel quale si lancia l’allarme per l’escalation dei prezzi, da qui al 2015. Quello che sembra voler dire il rapporto, tra le righe è che visto che il petrolio e il carbone sono destinati comunque a finire ci sarà un «necessario» ritorno al nucleare. Cosa ne pensi?

Penso che ci sia una grande questione speculativa sotto queste affermazioni. Mi spiego. I prezzi alti del petrolio, nella misura in cui l’approvvigionamento viene garantito o dalle guerre, o da minacce, o dai tentativi di trovare dei pretesti per altre guerre, garantisce prezzi alti alle grandi compagnie energetiche e anche grandi profitti. Contemporaneamente queste sono consapevoli, perchè i primi a dire che il picco di Hubert è ormai vicino sono loro, che bisogna costruire un’altra alternativa. L’alternativa cosiddetta atomica è più sbandierata che non realistica, perché ormai sono decenni che non si installano nuove centrali. E non si installano esclusivamente perché i costi elevatissimi per la sicurezza devono essere coperti. Penso a tutto ciò che riguarda lo smaltimento delle scorie ma anche l’approvvigionamento dell’uranio, che è risorsa non rinnovabile, e che quindi di fronte ad un aumento di domanda vertiginosa finirà con la stessa rapidità con cui finirà il petrolio.
Quindi ho l’impressione che si dica “costruiamo alcune centrali” ma solo se lo stato può garantirne il finanziamento. Questo perché non c’è nessuna assicurazione disposta a coprire un investimento del genere, né un investitore disposto a buttarci i soldi sapendo che, per giunta, non serve neanche alla questione climatica. Il risparmio di CO2, infatti, comincerebbe tra quindici anni.
Per ultimo l’energia nucleare serve per produrre elettricità. I consumi elettrici però coprono solo il 16 per cento, per stare all’Italia, dei consumi globali; tutto il resto è: riscaldamento delle case, benzina per le macchine. Il nucleare non risolve alcuno dei problemi, compreso quello degli alti costi.

L’Italia però va in controtendenza. Cosa ne pensi dell’investimento dell’Enel nella centrale nucleare bulgara?

Questo è puramente speculativo, come tutte le cose che fa l’Enel. La società su invito, prima del governo Berlusconi ma non smentito oggi dal governo Prodi, va ad investire nelle centrali nucleari dell’est. La speculazione sta nel fatto che si comprano crediti di emissione che verranno contabilizzarti, perché il Parlamento europeo ha sdoganato il nucleare come “risparmiatore” di CO2.

Dopo il petrolio c’è ancora il nucleare?

A vent’anni dal referendum che sancì l’uscita dell’Italia dal nucleare, in molti si chiedono che valenza abbia oggi quel voto.
Oggi che l’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, rende noto il «World energy outlook», il rapporto annuale, ed agita lo spauracchio della crisi energetica. Il mondo infatti si avvia una brusca escalation dei prezzi dell’energia da qui al 2015, avverte l’agenzia, ed entro il 2030 il fabbisogno energetico mondiale crescerà di oltre il 50 per cento.
Dell’escalation dei prezzi non v’è dubbio, è di queste ore la volata del petrolio che ha sfiorato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile. Un’impennata rischiosa per le borse e i mercati mondiali, talmente rischiosa che l’Opec, l’Organizazione dei paesi esportatori del petrolio, proverà a frenarne la corsa con un aumento di produzione.
In futuro aumenterà la domanda di carbone, petrolio e gas. L’effetto domino provocherà un aumento delle emissioni di CO2 del 57 per cento. Il rapporto chiama in causa paesi come Cina e India, giganti affamati che devono essere nutriti.
Ma se il petrolio è ormai vicino al raggiungimento del picco di Hubert e cioè al momento in cui la tradizionali fonti fossili non saranno più in grado di far fronte alla domanda, se il carbone è sporco e il gas, come tutte le altre fonti si esauriranno, come mandare avanti questa macchina infernale? Il World energy outlook non da risposte, lascia solo intendere e, del resto, il mondo si sta inesorabilmente muovendo verso il ritorno all’atomo e le speculazioni del mercato si fa sempre più aggressiva.
«A differenza di qualcuno, come il presidente fondatore di Legambiente Chicco Testa, che si è detto pentito di quel voto dato al referendum di vent’anni fa, io non sono affatto pentito – dice Andrea Masullo, docente di fondamenti di economia sostenibile all’università di Camerino – Penso di aver reso un grande servizio al mio paese con il referendum antinucleare e bisogna anche ricordare che a quel referendum ci si è arrivati dopo dieci anni di informazione scientifica difficilissima fatta sulla popolazione, avendo tutti contro. È stato un bellissimo esempio di serietà e di democrazia».
«Le ragioni di quel no oggi sono ancora valide – commenta Massimo Serafini del Contratto mondiale per l’energia – A distanza di vent’anni ancora non si sa dove mettere le scorie è non c’è alcuna sicurezza intrinseca sul funzionamento dei reattori. L’alternativa atomica è più sbandierata che non realistica perché ormai sono decenni che non si installano nuove centrali. Questo perché o vengono coperti i costi elevatissimi per esempio per lo smaltimento delle scorie ma anche per l’approvvigionamento dell’uranio, anche questa risorsa non rinnovabile. La mia impressione è appunto quella di una grossa operazione speculativa che punta si a costruirne di nuove purché dietro ci sia lo stato che garantisca i finanziamenti».
In Italia oggi e sabato si ricorderà questa coraggiosa scelta con due manifestazioni. Quella di oggi, organizzata dal «Controvertice per l’altra energia»–si sta svolgendo in piazza Montecitorio dove l’istallazione di un’urna referendaria permetterà di riprodurre simbolicamente quel gesto.
Sabato 10 invece i Verdi hanno promosso una manifestazione in piazza Farnese, di fronte l’ambasciata di Francia. I «solari» si riuniranno alle 16 per fermare le nuove lobby dell’atomo che il giorno dopo si ritrovano attorno al tavolo del Wec, il World energy congress, che si apre a Roma domenica 11. Lo stesso giorno alle 15 prende il via OtherEarth [www.otherearth.net], il Controvertice per l’altra energia al quale Carta dedica il suo mensile. Si chiama «Energia sociale» e sarà in tutte le edicole d’Italia da sabato 10. OtherEarth sarà la risposta dei movimenti sociali, italiani e internazionali, alle lobby energetiche che vorrebbero tracciare il futuro, fossile, di intere generazioni.