Emergenza rifiuti a Roma. Inceneritori e discariche la soluzione?


L’emergenza rifiuti a Roma ha i giorni contati secondo il sindaco Gianni Alemanno.
Dopo aver dismesso i panni dell’inviato speciale in motocicletta, perlustrando i quartieri di Roma est e rassicurando i cittadini sulla fine dell’emergenza, pochi giorni fa il primo cittadino dichiarava in un incontro cittadino a Tor Marancia: “C’è l’intenzione di costruire un termovalorizzatore: a giorni, presumibilmente entro l’estate, avremo indicazioni da parte della Regione”.
Con la discarica di Malagrotta ormai satura, e per la quale la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione al Trattato, c’è chi non vede altra via che quella di inceneritori e discariche.
Ad esempio Francesco Smedile, presidente della commissione capitolina Riforme Istituzionali per Roma Capitale e consigliere Udc all’Assemblea Capitolina che dichiara in una nota: “La Capitale deve indicare una nuova discarica e programmare la realizzazione di più di un termovalorizzatore all’interno dei confini comunali”. “In 3 anni Comune e Regione possono realizzare nuovi impianti di termovalorizzazione – prosegue Smedile – dimensionati per la grandezza del territorio servito ed evitare i disastri che recentemente hanno coinvolto Napoli”.
“Roma non sta vivendo una fase di emergenza, sebbene sia da incoraggiare un serio dibattito sui termovalorizzatori quale strumento utile per eliminare e riutilizzare i rifiuti. Con Alemanno non si è voltata pagina ma si è cambiato libro!”, secondo Ludovico Todoni, consigliere del PdL dell’Assemblea capitolina e membro della commissione ambiente.

Ma dove si realizzerà la nuova discarica e l’inceneritore? L’alto Lazio – Ladispoli, Civitavecchia, Allumiere, Tolfa, Santa Marinella, Tarquinia, Monteromano e Cerveteri – ha bocciato l’ipotesi di una discarica nel territorio di Allumiere e, in una seduta dello scorso aprile, i comuni hanno deliberato di chiedere alla Commissione ambiente regionale un’audizione con carattere di urgenza per la modifica dell’ambito territoriale ottimale del piano dei rifuti approvato dalla Giunta.
Localizzare una discarica nella Provincia è infatti possibile secondo il Piano rifiuti della Regione che ha creato un unico Ato – ambito territoriale ottimale – diviso in cinque sub-Ato che corrispondono alle cinque provincie. C
osì, se prima Roma era obbligata a smaltire i suoi rifiuti all’interno del territorio comunale ora può spedire i rifiuti in provincia.
Una Malgrotta bis a Fiumicino? Il sindaco Mario Canapini non dice di no. “Noi non diciamo mai no a niente – ha dichiarato nei gironi scorsi – vogliamo sapere, conoscere, vedere e verificare, dopodiché ci pronunciamo. Come per lo sviluppo del sistema aeroportuale, non siamo pregiudizialmente contrari a nulla, solo che vogliamo conoscere quali sono i vantaggi, svantaggi”

“È ora di finirla nel proporre questo modello di gestione dei rifiuti, inquinante, obsoleto e fuori dall’Europa – spiega invece il presidente dei Verdi del Lazio Nando Bonessio – e bisogna mettersi a lavorare per una gestione moderna del ciclo a cominciare dalla raccolta differenziata che è ormai evidente vada liberalizzata, come proponiamo noi Verdi da mesi, visto che Ama non vuole o non è in grado di gestirla. Con le tecniche attuali è possibile arrivare ad avere zero rifiuti chiudendo il ciclo con delle piccolissime discariche locali”.

Di lavoro ce n’è tanto in una città dove, per fare alcuni esempi, la tassa sui rifiuti è una delle più care d’Italia – ed è aumentata del 12% rispetto al 2010 – il sistema di raccolta “porta a porta” non c’è, come non esiste un impianto di compostaggio.
Intanto il prossimo 9 giugno la Federlazio ha convocato la serrata delle discariche rinviata nei giorni scorsi. Il differimento della serrata dovrà servire “per avviare a definitiva, concreta soluzione anche il debito dei comuni morosi – spiega una nota di Federlazio – non escludendo la corresponsabilità della stessa Regione e a rivedere l’obbligo iniquo che grava sulle aziende del settore, di versare l’ecotassa alla Regione prima ancora di aver incassato dai comuni il corrispettivo delle prestazioni effettuate”.

La bomba Bellolampo

C’è poco tempo. «Se non saranno individuate in tempi brevi le soluzioni per fronteggiare il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, in Sicilia tra cinque o sei mesi sarà emergenza ambientale», ne è convinto Gaetano Pecorella, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, in missione nella Regione siciliana dove, oggi per l’ultimo giorno, sta ascoltando con gli altri componenti, magistrati, amministratori pubblici e tecnici.
Secondo Ferdinando Dalle Nogare, dirigente generale del dipartimento regionale delle acque e dei rifiuti, ascoltato ieri dalla Commissione, «La situazione siciliana legata all’emergenza rifiuti è condizionata da quello che succederà nella discarica Bellolampo a Palermo».

È proprio la discarica di Bellolampo il nucleo dell’«emergenza» in Sicilia ed è al centro di una inchiesta della magistratura. La Procura di Palermo infatti sta svolgendo alcune indagini sulla discarica gestita dall’Amia, l’ex azienda municipalizzata incaricata della raccolta dei rifiuti nel capoluogo siciliano, che coinvolgono diverse persone tra cui proprio il sindaco di Palermo, Diego Cammarata e tutti i vertici dell’Amia in carica dal 2007.
Le ipotesi di reato, contestate al sindaco, vanno dal disastro doloso all’inquinamento delle acque e del sottosuolo, dalla truffa alla gestione abusiva della discarica, fino all’abbandono dei rifiuti speciali. Secondo l’accusa sarebbe stato proprio Cammarata a dare precise direttive su come gestire l’ex municipalizzata e anche la discarica di Bellolampo.
Al centro dell’inchiesta l’enorme lago di percolato che si è formato nella discarica e che si sarebbe poi infiltrato nelle falde acquifere della zona. Dagli accertamenti, disposti nelle settimane scorse dai pm Calogero Ferrara e Maria Teresa Maligno, infatti, era emersa la presenza di solfiti, nitrati e metalli nelle acque potabili. Il percolato inoltre sarebbe scivolato a valle fino ad inquinare il torrente Celona, che alimenta il canale Passo di Rigano, le cui acque finiscono nel mare dell’Acquasanta.
Su questo Pecorella ha commentato: «In Sicilia sonno emerse situazioni allarmanti come quella di Bellolampo, dove la presenza del percolato è certamente un fatto grave. Questa sostanza velenosa che si è infiltrata nel terreno ha probabilmente inquinato qualche falda acquifera. Per altro verso ci sono indagini della magistratura su gare di appalto per i termovalorizzatori che sembrano toccare a questo punto, effettivamente, gli interessi della mafia per questa vicenda ed il traffico dei rifiuti».
L’inchiesta della Procura di Palermo verte anche sulle modalità di smaltimento delle ecoballe – provenienti dalla raccolta differenziata – che sarebbero invece finite in discarica insieme a tutti gli altri rifiuti.

E mentre Palermo e provincia l’immondizia continua a bruciare da giorni, questa mattina gli agenti della squadra mobile hanno arrestato 19 persone nell’ambito di una vasta operazione antimafia – partita nel 2005 e che si è avvalsa di intercettazioni ambientali e telefoniche – che svela gli interessi di Cosa Nostra sui grandi appalti. Secondo le indagini Cosa nostra era interessata anche ai lavori per la realizzazione di un inceneritore proprio a Bellolampo.

Inceneritori siciliani, l’affare del secolo

«La mafia si è infilata in un sistema che le avrebbe consentito un affare che avrebbe fruttato, chi dice cinque, chi dice sette miliardi di euro, e una rendita annua di centinaia di milioni di euro per i prossimi 20-30 anni».
Così scrive Raffaele Lombardo, presidente della regione Sicilia, sul suo blog, prima di essere ascoltato ieri in tarda serata dai pm di Palermo come testimone nell’ambito dell’inchiesta sugli inceneritori siciliani.
La miccia è stata un dossier presentato a marzo alla magistratura dall’assessore regionale all’energia Piercarmelo Russo, dove erano state denunciate presunte irregolarità sui progetti di realizzazione degli inceneritori.

Una vicenda che parte da lontano, con le gare d’appalto indette nel 2002 dall’allora commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, l’ex presidente della regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, come si legge in una nota diramata dalla guardia di finanza di Palermo, che ieri ha perquisito le sedi di tutte le Ati, le associazioni temporanee d’impresa, delle società consortili e delle agenzie pubbliche coinvolte nella costruzione degli inceneritori. Una vicenda che portò nel 2007 l’annullamento delle gare da parte della Corte di giustizia europea, a causa della scarsa pubblicità data ai bandi e all’errato sistema adottato: la concessione al posto dell’appalto.

I quattro inceneritori, previsti dal piano rifiuti regionale, finiti sotto inchiesta sono quello di Bellolampo [Palermo], Casteltermini [Agrigento], Paternò [Catania] e Augusta [Siracusa]. Ad aggiudicarsi l’appalto furono quattro raggruppamenti di imprese: la Pea di cui faceva parte la Safab, poi coinvolta in un’inchiesta di corruzione, la Platani Energia Ambiente, la Tifeo e la Sicil Power. Tre Ati erano capeggiate dal gruppo Falck e uno da Waste Italia.
L’indagine, oltre che su presunte infiltrazioni mafiose nell’affare, cerca di far chiarezza sulla regolarità della gara e sull’eventuale esistenza di «accordi di cartello» tra le Ati che, con la compiacenza di funzionari pubblici a cui sarebbero andate tangenti, si sarebbero spartite a tavolino i lavori e poi, dopo la bocciatura europea, avrebbero fatto andare deserte le gare successive per indurre la Regione ad abbandonare la strada del bando pubblico.

Sporchi da morire, il film su inceneritori e nanoparticelle

“Difficilmente le nuove generazioni ci perdoneranno per questo suicidio ambientale” questo il sottotitolo al film documentario di denuncia dell’oncologo Lorenzo Tomatis, realizzato da Marco Carlucci – filmmaker indipendente – David Gramiccioli – giornalista e conduttore radiofonico e Matteo Morittu – autore cinematografico e televisivo. Un viaggio nel mondo degli inceneritori, delle nanoparticelle e delle alternative possibili, alla ricerca della verità che ha portato Gramiccioli in un viaggio tra l’Italia, gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi, la Germania, la Francia, la Spagna e l’Austria.

Il film-documentario nasce da alcune domande. È vero che gli inceneritori fanno male? Perché in Italia si continuano a costruire questi impianti mentre nel resto del mondo si stanno smantellando? Quali sono i rischi concreti per la salute? Quali sono i danni provocati dalle micro- e nano-particelle? Quali sono le possibili alternative?

Dopo Biutiful Cauntri ecco un film-documentario che indaga il mondo degli inceneritori, delle nanoparticelle e delle alternative possibili.

www.sporchidamorire.com/doc

Frustate per tutti


“A Tokyo non si trova in terra un mozzicone di sigaretta. A Napoli ho visto con i miei occhi un tratto pulito di strada rovinato nel giro di 15 minuti da chi buttava ogni genere di rifiuti dalle auto. Voglio andare in controtendenza: Napoli deve diventare la città più pulita d’Italia. A Singapore chi sporca viene punito con 7 frustate. Mi dispiace non poterlo attuare in Italia”, dice Berlusconi.
Poi aggiunge: il lavoro per l’emergenza rifiuti in Campania è “appena cominciato. Ora dobbiamo procedere con la costruzione di 4 termovalorizzatori [sic!!] e con la raccolta differenziata, in mancanza della quale commissarieremo i comuni”.

Frustate e tumori.

Ecco la ricetta per porre fine all’emergenza rifiuti. A proposito… ma non aveva già detto che era finita?

Agnano e Chiaiano resistono alle minacce di Berlusconi

A Chiaiano si farà la discarica. Bertolaso dice che aprirà ad ottobre. Il sindaco Iervolino finalmente ha sciolto le riserve e ieri ha dato l’annuncio: l’inceneritore di Napoli (o “termodistruttore” come lo definisce stesso Dl rifiuti approvato ieri dalla Camera e che ora passa al Senato) si costruirà ad Agnano, nella periferia occidentale del capoluogo campano. I media continuano ad urlare che i cittadini e i Comitati sono rassegnati. Ma di rassegnazione invece non c’è neanche l’ombra.

Ieri Carlo Migliaccio, presidente della commissione ambiente del Comune di Napoli, Francesco Moxedano, consigliere comunale del Pd, Salvatore Perrotta, sindaco di Marano (il consiglio comunale ieri ha ribadito “l’assoluta contrarietà ad ogni utilizzo della cava del poligono di Chiaiano finalizzato allo sversamento di rifiuti in ogni forma”) e i geologi Franco Ortolani e Giovan Battista De’ Medici, hanno annunciato l’esposto alla Superprocura di Napoli contro la discarica. Nei prossimi giorni il fascicolo sarà consegnato in Procura per permettere ai giudici di valutare se il sito sia valido o meno ad essere trasformato in immondezzaio. Oggi i cittadini di Agnano si sono dati appuntamento al comune per incontrare il sindaco, mentre domani alle 18 ci sarà una assemblea per programmare le prossime iniziative (presso il centro Eta-Beta di Bagnoli, via Cicerone 18; ingresso laterale della municipalità). E, nel pomeriggio, aprirà la prima vasca della megadiscarica di S.Arcangelo Trimonte (Benevento), in località “Nocecchia”.

Oggi invece è la volta della “Soft-Walking”, la marcia lenta che ricorda molto quelle della Valle di Susa. Questa però si sta svolgendo in macchina sulla tangenziale di Napoli dove 139 automobili dei cittadini di Marano e Chiaiano stanno paralizzando il traffico cittadino procedendo a circa 20 km orari. La marcia lenta dicono i Comitati e i cittadini vuole dimostrare “quali siano i problemi di trasporti dei rifiuti che erano uno dei tanti motivi di non idoneità della cava di Chiaiano, improvvisamente cancellato da Bertolaso! 139 sono infatti anche il minimo di autocompattatori che ogni giorno dovrebbero dirigersi a Chiaiano per sversare rifiuti…”.

“La polizia stradale si è messa davanti e dietro le auto in protesta (con bandiere no-discarica e altro) – dicono dalla marcia – ma ovviamente non possono fare altro che accompagnarci. La fila di auto dietro è lunghissima e sta purtroppo assaggiando un anticipazione di quello che potrebbe accadere col normale funzionamento della discarica. Pensiamo di andare ovunque. Eviteremo soltanto di intasare il percorso che conduce alla zona ospedaliera”.

Ma… attenzione…. “Non sarà più consentita una deriva anarchica che il Paese stava pericolosamente prendendo”, dice Berlusconi riferendosi sia alle proteste in Campania ma anche a quelle contro la Tav. “Non consentiremo più – ha detto Berlusconi – che una minoranza organizzata non rispetti la legge, blocchi i lavori, occupi strade o ferrovie. Recupereremo l’autorità dello Stato con la forza dello Stato e garantiremo legalità e sicurezza. Perché se lo Stato non garantisce questo, perde la sua legittimazione. Ma io su questo ho le idee ben chiare”. E aggiunge “Le decisioni su questi problemi vanno prese da organismi democraticamente eletti e non possono essere contrastate da minoranze organizzate a qualunque ambiente appartengano. Lo Stato con la forza il suo esercito, impedirà che questo avvenga e garantirà nello Stato la legalità. Uno Stato che non garantisce la sicurezza del cittadino e non difende i suoi beni e non assicura la legalità, smette di essere Stato e perde addirittura la sua legittimazione”.

Lui avrà anche le idee chiare ma i cittadini campani e i valsusini pure. Lo stanno dimostrando. Ma soprattutto… questa è la “sicurezza” e la “legalità”. Questa è democrazia?

Infelicità Tauro

Un viaggio nella Piana di Gioia Tauro, un tempo popolata di ulivi e mandarini e oggi aggredita da inceneritori, centrali, rigassificatori: un’incredibile concentrazione contro la quale è nato il Movimento calabrese per la difesa del territorio.

«Ogni cosa si tinge con le diverse tonalità del colore viola, dando vita ogni sera, con i suoi spettacolari riflessi, ad una visione sempre nuova». Così disse Platone, quando dal mare vide la costa calabrese tirrenica. Da allora questa lingua di terra, immediatamente a nord di Reggio Calabria, ha preso il nome di Costa Viola. Che direbbe ora Platone se rivedesse il mare che viola non è più?

Arrivando in treno fino a Rosarno, non ci si aspetta di essere inghiottiti nel verde intenso dei campi sterminati di mandarini e ulivi. Qui la terra è ricca d’acqua. Ma non siamo nella regione più povera d’Italia? Dalla stazione al presidio del Movimento per la difesa del territorio [Mdt] il tratto è breve. Peppe, Maurizio, Iacopo e il signor Giuseppe, padre e figlio, sono alcuni dei presidianti. Il tendone si
trova in località Spartimento, chiamata così perché divide il territorio di Gioia Tauro da quello di Rizziconi, al margine di un uliveto e quasi di fronte all’inceneritore. Non questo è l’unico «mostro», come a ragione lo chiamano quelli del presidio, ad affondare le sue radici velenose nella «Chjàna», la Piana di Gioia Tauro.

L’elenco è impressionante. C’è l’inceneritore, costruito senza Valutazione d’impatto ambientale [Via], di proprietà della multinazionale francese Veolia: brucia–senza filtri, come ha dichiarato lo stesso sindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione, dell’Udc–120 mila tonnellate l’anno di rifiuti. È previsto il raddoppio del mostro ma c’è anche una discarica, quasi satura, che contiene di tutto e che accoglierà anche 250 mila tonnellate di rifiuti provenienti dall’«emergenza» Campania. «Lì dentro – dice Peppe – si continua a sversare anche da altre province, come quella di Crotone, e non si dovrebbe. Sono prove tecniche per creare una emergenza che giustifichi il raddoppio dell’inceneritore». Peppe lavora nel campo dello spettacolo tacolo a Perugia, ma per un po’ si è trasferito a Rosarno, è nel movimento dalla sua fondazione, cioè da circa due mesi.

Proprio qui vicino, a Rizziconi, c’è anche una centrale turbogas. Come se non bastasse, di turbogas ne sono previste altre due, una a Gioia Tauro e una a San Ferdinando, un paese qui vicino. Ancora: in pieno centro cittadino c’è un megadepuratore consortile dove arriva il percolato dalle discariche di mezza Italia. Il commissario all’emergenza rifiuti, il prefetto di Catanzaro Salvatore Montanaro, cosa fa? «Manda un’ordinanza, ai sindaci, con la quale impone di far scortare dai vigili urbani i camion che escono dai frantoi e trasportano sansa e altri scarti di lavorazione delle olive fino ai campi, dove saranno svuotate, per evitare che il liquame finisca nel depuratore, infischiandosene degli altri liquami, quelli tossici e nocivi», dice Iacopo, giovane architetto.

Ci sono poi i due mega-elettrodotti, da Rizziconi fino a Laino, al confine con la Basilicata, che occupano una superficie di circa 10 mila ettari.
«Erano stati bloccati perché passavano all’interno del Parco del Pollino, poi, dopo il black out del 2005, i lavori sono terminati nel giro di un anno, con un costo aggiuntivo di 28 milioni di euro, perché, dopo le proteste degli abitanti di Laino Borgo contro il passaggio dei mega-piloni nel centro del paese, il progetto ha subito una variante», dice Michele. Lui, prima di entrare nel Mdt, ha fatto un lungo «rodaggio» nel movimento No Dal Molin. Sua moglie Antonella è vicentina: «Facciamo avanti e indietro da Vicenza–dice lui–gli impegni sono tanti». Michele ha un’azienda agricola, coltiva cibi biologici e produce ottimo olio.

Per finire in bruttezza con l’elenco dei «mostri», c’è il progetto per la costruzione di un rigassificatore nell’area del porto di Gioia Tauro e di una centrale a biomasse.

«Prima che nascesse il presidio, le polveri provenienti dall’inceneritore coprivano tutto, e gli abitanti di contrada Bosco di Rosarno erano costretti a restare chiusi in casa–racconta Iacopo – Ma da quando abbiamo montato la tenda i camion che scaricano materiale nell’inceneritore hanno cominciato a diminuire di numero. Le file di autotreni che vengono da tutta l’Italia piano piano si sono accorciate». Mentre parliamo sotto il gazebo del presidio i camion e gli autotreni continuano ad andare e venire sollevando polvere. Poco più in là c’è la roulotte dove i ragazzi fanno i turni per dormire di notte. È un presidio giovane ma i ragazzi di Mdt lo stanno dotando anche con una cucina mobile e il buon cibo non manca, come la crostata metà frutta e metà cioccolato che ci porta Gabriella all’inizio della serata. E dopo la merenda s’improvvisano balli di coppia, a metà tra il popolare e il latinoamericano, intorno al fuoco acceso dentro vecchi bidoni arrugginiti. «Un giorno è arrivato anche un autoarticolato: non era un camion che trasportava rifiuti, ma un mezzo per il trasporto merci con targa lituana. Gli autisti parlavano in russo e ci hanno solo detto che trasportavano sostanze chimiche», continua Peppe. Ancora Iacopo: «Molta gente non sa neanche dell’esistenza dell’inceneritore e fa confusione con il megadepuratore che, tra l’altro, costringe un intero quartiere a tapparsi dentro casa. I cittadini mettono stracci bagnati alle finestre».

Tra la gente la «confusione», come dice Iacopo, su tutti questi impianti e sulla loro reale funzione è grande. Perciò qualche mese, grazie all’impegno volontario di un gruppo dei cittadini, molti dei quali giovani, è nato appunto Mdt. Lo scopo: informare i cittadini sulla pericolosità di questi impianti di smaltimento dei rifiuti e spiegare come fare una buona raccolta differenziata. Ma non sono solo i cittadini a essere disinformati. «Questa mattina, uno degli autisti di PianAmbiente, la società compartecipata che gestisce la raccolta dei rifiuti solidi urbani e della differenziata in tutta la Piana, si è fermato qui per salutarci e ha chiamato l’inceneritore ‘discarica’ – dice Peppe–Il messaggio che è venuto dalla cosiddetta emergenza rifiuti di Napoli, con la complicità scandalosa di intere redazioni, ha funzionato alla grande. Cioè si è fatto capire che la crisi di Napoli è causata dal fatto che i napoletani non vogliono le discariche e non vogliono gli inceneritori. La conseguenza è che qui sono in molti a sostenere che gli inceneritori sono necessari. ‘Altrimenti va a finire come a Napoli’, dicono».

Il rumore di una motosega fa da sottofondo ai discorsi che s’incrociano sotto la tenda del presidio. Pochi passi più in là cadono, una dopo l’altra, piante d’ulivo secolari. Gli ulivi vecchi, nella Piana di Gioia, sono enormi. «Sono piante malate, improduttive – dice il signor Giuseppe – Una volta questo era un uliveto unico al mondo, ora lo si sta distruggendo». Fa segno con la mano indicando gli ulivi: «Vedete quelle cime secche? Può essere dovuto all’inquinamento o al Gloeosporium, una malattia dell’apice vegetativo. Ma ci sono delle piante che non producono affatto. Ce lo raccontano i proprietari. Le più giovani hanno trecento anni, ma quelle che si trovano verso l’Aspromonte, la parte più antica, possono raggiungere i mille anni. Alcune sono così grandi che tre o quattro persone non riescono ad abbracciarne il tronco. Ma è lontano il tempo in cui si sentiva l’odore della zagara, l’odore dell’olio, quello dei campi». Il signor Giuseppe ci intrattiene con aneddoti sulla storia di questa terra, quando «a Gioia le strade trasudavano olio». Nella sua azienda produce concime, pellet, quello che è stato ribattezzato il «combustibile del futuro», e verdure biologiche che coltiva personalmente usando macchinari autocostruiti.
L’inquinamento di cui parla il signor Giuseppe è anche quello provocato dai rifiuti tossici sotterrati nell’Aspromonte, come hanno denunciato alcuni sindaci della zona. Il sindaco di Cosoleto, Angelo Sorace, da molto tempo parla degli alti tassi di mortalità per cancro tra i suoi concittadini. I cacciatori raccontano che in Aspromonte anche i cinghiali stanno morendo di tumore.

«Sembra quasi un progetto per distruggere questa zona. Poi magari arrivano finanziamenti per il biologico – dice Iacopo – Ma come si fa a coltivare biologico qui? Se la centrale a biomasse fosse stata piccola avrebbe potuto anche essere utile, perché si recuperano gli scarti delle potature e altro. Ma questa è enorme, brucia 120 mila tonnellate annue. Il fatto è che la legge italiana consente di assimilare il cdr alle fonti rinnovabili e quindi nelle centrali a biomasse si possono bruciare anche i rifiuti. Pare proprio che sul nostro territorio stiano nascendo tanti inceneritori camuffati». «Anche perchè ormai per i nuovi inceneritori non sono più previsti i Cip6, i finanziamenti alle fonti rinnovabili ‘assimilate’ come i rifiuti, per le centrali a biomasse sì», aggiunge Michele.