U stisso sangu

Somalia, Etiopia, Sudan, Libia, Algeria. Sono queste le tappe dell’odissea di viaggio di moltissimi migranti che approdano in Sicilia. Storie, voci e volti di questi «clandestini» sono documentati nel film di Francesco Di Martino e Sebastiano Adernò che ha come sottotitolo «Storie più a sud di Tunisi».
È proprio qui, più a sud della capitale della Tunisia, che finiscono il loro viaggio i barconi carichi di persone: Portopalo, Pozzallo, Vendicari, Marzamemi.
Intervista agli autori

*Dall’Africa all’Italia. «U stisso sangu» affronta la questione dell’immigrazione nel nostro paese, segue le storie di chi, sfuggendo alle violenze, miseria e sfruttamento, approda in Italia con la speranza di un futuro migliore.*

Francesco: C’è da fare subito una premessa. L’idea è nata dalla nostra esigenza di capire cosa c’era dietro a questo mondo. Da circa quattro anni, mi trovavo per motivi di studio a frequentare la vicina città di Pachino dove da circa 10-15 anni c’è un movimento massiccio di migranti, provenienti principalmente dalla Tunisia, Marocco e Algeria. La cosa con cui mi sono scontrato subito è il pregiudizio di una buona parte della gente, che giornalmente non faceva altro che parlare di migranti con un senso di disagio. Nonostante i migranti fossero gli stessi che raccoglievano il famoso pomodorino di Pachino. Provai un certo imbarazzo, non ero preparato sull’argomento, ma non posso dimenticare un giorno una mia collega, che mi disse che la sera preferiva non uscire di casa perché fuori dalla sua porta tutte le sere c’erano dei migranti fermi a bivaccare, e aveva paura di essere aggredita. Da qui mi convinsi che dovevo in qualche modo capire davvero, cosa stava succedendo. C’era qualcosa o meglio qualcuno che da diversi anni stava facendo una campagna che individua il nemico «nell’uomo nero», come quello delle fiabe per bambini, ma con una sottile differenza, che questo è un essere umano e che ha diritto di esistere come tutti. C’era bisogno di questo lavoro, per i miei coetanei e non solo, ma soprattutto per chi, fino ad ora aveva un idea di migrazione che leggeva solo sulle testate nazionali o delle notizie dei telegiornali che riportavano solo informazioni legate alla politica nazionale. La televisione seguiva due stagioni: l’autunno per i Rom, – parlando continuamente di furti e stupri – e la primavera/estate per quelli del corno d’Africa, – perché ad aprile cominciavano gli sbarchi, e quindi si parlava di Lampedusa. Il racconto si apre a Portopalo, proseguendo per Caltanissetta e Cassibile, i tre punti chiave del cammino dei flussi migratori.

Sebastiano: Al film abbiamo impartito il compito di seguire delle storie. E abbiamo voluto che fossero i migranti a raccontarcele. Ricostruire le loro speranze e registrare le loro perplessità di fronte alle falle del nostro sistema di accoglienza, è quanto volevamo fare. E in questa scelta, nell’emanciparci da qualsiasi commento fuori campo, abbiamo voluto esaltare la loro parola, il loro buon senso di persone a cui l’approdo e lo scontro con il nostro sistema di realtà, fa cadere tutte d’un colpo le illusioni e le positive proiezioni su quel futuro migliore che si aspettavano. Volevamo mostrare questo disavanzo tra speranza e realtà. Mostrare che questa «terra promessa, per cui loro rischiano la vita, in realtà non ha nulla di quel sogno occidentale cui speravano di andare incontro. Riuscire a liberarsi dopo mesi, a volte anni, da un carcere libico per sfidare la morte attraversando il Canale di Sicilia non basta a liberarli. Perché una volta qui, li aspettano altre forme di detenzione, e regole restrittive come quelle del reato di clandestinità.

*Il documentario denuncia le politiche dei respingimenti messe in atto dall’Italia e la fallimentare esperienza dei Cpt [oggi Cie] come quello di Pian del Lago a Caltanisetta*.

Francesco: L’esperienza di Pian del lago, è stata molto illuminante. Avevamo deciso di non raccontare dei cpt nel nostro film, perché vi erano stati già molti altri lavori che avevano egregiamente raccontato la situazione dei cpt in Sicilia, se pensiamo che il primo cpt è nato proprio qui, a Trapani [«Vulpitta» partorito subito dopo la legge Turco-Napolitano]. Ma l’anno scorso di fronte alla notizia che dentro Pian de lago vi era stata la morte di un immigrato ghanese, ospite del centro d’identificazione, – avvenuta nella notte tra il 29 ed il 30 giugno 2008 – decisi di andare a vedere con i miei occhi, cos’era successo, e fare un breve passaggio sul cpt. Quello che trovai di fronte al CIE-CPT-CPA-CARA [dentro vi sono tutti e quattro] di Pian del Lago fu altro. Fu la prova che c’era una falla nel sistema dei richiedenti asilo. Undici afghani e alcuni ragazzi del Kashimir da giorni soggiornavano fuori dal cpt, dopo avere manifestato la loro volontà di chiedere asilo, erano in attesa di appuntamento in questura, per poter ricevere il sussidio e il permesso di soggiorno. Da diversi giorni dormivano sul marciapiede, nutrendosi solo di mandorle, senza potersi lavare, e ricevendo aiuto solo da alcune associazioni locali. Erano molto arrabbiati, sopratutto amareggiati di aver trovato un accoglienza del genere. I richiedenti asilo nel nostro film, li incontriamo anche dopo, a Cassibile e Modica nei campi del Marchese e nella Comunità dove abbiamo girato, questo con l’intenzione di far conoscere alla gente quanti sono, che struttura c’è dietro, perché quando si parla di migranti si parla solo di espulsione e respingimenti e non si spiega che c’è una grossa parte di migranti che non potrebbero essere respinti. Chi chiede asilo ha diritto di stare qui, ma anche chi non lo chiede non sa di avere questo diritto. Chi viene da territori come l’Eritrea, Somalia, Sudan ha automaticamente questo diritto, perché proviene da un territorio di guerra o perché viene perseguitato personalmente. L’Italia deve accoglierli per legge.

Sebastiano: Nei mesi di lavorazione del documentario ancora non si parlava di respingimenti. Ricordiamo che le riprese sono state fatte più di un anno fa. Il nuovo Governo si era appena insediato quando noi registravamo gli sbarchi a Portopalo. Per quanto riguarda i CPT, abbiamo consapevolmente scelto di affrontare la questione in maniera un po’ trasversale. Nel senso che i CPT sono zone militarizzate, non è consentito neanche fare riprese dall’esterno. Almeno questo ci è stato detto di fronte a quello di Cassibile dai Carabinieri. CPT, questo tra l’altro, la cui società di gestione è sotto inchiesta per frode e cattivo utilizzo dei fondi destinati alle cure e alle accoglienze dei migranti. Qualcuno, vedendo le condizioni in cui venivano “ospitati” o “trattenuti” (la scelta del termine è sintomatica), ha parlato di Lager. Invece le riprese di Pian del Lago a Caltanissetta, hanno un preambolo importante. Francesco si trovava li perché il giorno prima un ragazzo di vent’anni era morto senza che gli avessero prestato cure mediche. Il ragazzo diceva di sentirsi male, e gli diedero un’aspirina. Così nella notte morì. Di questo nel film non si parla, abbiamo invece preferito parlare degli afgani lasciati da tre giorni a sostare sulla banchina di fronte al CPT, con l’ordine di non poter entrare e con l’obbligo di non allontanarsi. Questo ci sembrava importante, perché mentre le autorità amministrative e politiche tenevano i loro comizi in prefettura per stabilire i torti che avevano portato alla morte del ragazzo, questi undici afgani rischiavano di morire disidratati. Ma forse non era poi così importante, o almeno lo era meno, perché loro si trovavano fuori dai cancelli del CPT.

*C’è poi tutto un capitolo dedicato allo sfruttamento dei migranti, al lavoro nero, come quello nei campi di patate di Cassibile in provincia di Siracusa*.

Francesco: Quel capitolo, abbiamo deciso di affrontarlo in modo diverso. Avevo letto dei reportage di Fabrizio Gatti, sul caporalato nelle campagne di Foggia e rimasi scioccato, mi resi conto subito che la situazione a Cassibile era diversa, ma non delle migliori. Parlando con alcuni abitanti del paese, abbiamo subito appreso qual era la condizione nel siracusano, abbiamo trovato difficoltà nell’incontrare migranti e imprenditori che erano disposti a raccontare come stavano le cose, sia perché i primi si trovavano in una situazione di clandestinità e quindi con il rischio di essere scoperti, e poi perché per ovvi motivi non c’era nessuno disposto ad “autodenunciarsi”. Non cercavamo lo scoop per denunciare imprenditori e caporali, volevamo raccontare due storie, quella del contadino “straniero” e del caporale “Siciliano”.
Ma appena ci si fiondava con la telecamera nei campi, molti migranti scappavano, qualche imprenditore ci cacciava perché eravamo sui terreni privati (e ovviamente avevano operai in nero). Questo fin quando non abbiamo conosciuto Davide, giovane imprenditore di Risposto (CT), che ogni hanno con la sua azienda affitta le terre del Marchese a Cassibile, per coltivare la patata. Lui a differenza di molti altri, aveva regolarizzato le persone che lavoravano per la sua azienda – 4 italiani e 10-15 stranieri circa. Abbiamo parlato di lavoro nero, della gente che ogni anno è senza casa, e vive sotto gli alberi per lavorare, o per cercare lavoro. Ma la parte più interessante del discorso è stata quando ci ha spiegato che ormai oggi i Siciliani non vogliono fare un lavoro umile come quello della campagna, e che se non fosse stato per i migranti (come dice lui nel film: “ questi Marocchini”) lui potrebbe chiudere la sua azienda. Quanti imprenditori fino ad oggi avevano ammesso una cosa del genere? Non c’era bisogno di dire altro, lui aveva spiegato perfettamente qual è la condizione attuale del lavoro nelle campagne siciliane.

Sebastiano: Cassibile rientra in quel “tour della transumanza”, di cui fanno parte anche Rosarno, Foggia e Castelvolturno, tappe di un unico itinerario, quello dello sfruttamento, del lavoro pesante e mal retribuito dalle varie mafie locali. E anche delle sistemazioni in alloggi e ripari di fortuna. Gli alberi di Carrubbo per Cassibile con le fragole e le patate, la Cartiera da poco abbattuta di Rosarno per le arance, e così via dicendo. E’ un sistema studiato per reggere l’economia del sud legata all’agricoltura. Manodopera a basso costo, molta irregolare e perciò ricattabile in qualsiasi momento.

*Un racconto positivo è invece quello di Rachida, come anche l’esperienza della comunità «Il dono» di Modica*.

Francesco: Molte delle donne durante le interviste, mi dicevano che preferivano morire in mare, che vivere le condizioni si abuso e sofferenza che lasciano nella propria terra, quello che dovevano subire in Libia una volta catturati dalla Polizia e rinchiusi nelle carceri. Storie pesantissime per i dettagli che i contenuti offrono, ma che a certo punto assumono possiamo dire un lieto fine per alcuni, visto che ora queste donne, in qualche modo hanno la certezza di potersi in qualche modo costruire una vita vera, di poter progettare, anche se il loro sogno sarebbe quello di poter ritornare nella propria “terra madre”. Per quanto riguarda Rachida, credo fosse necessario dimostrare che oggi si può convivere assieme, anche con le proprie differenze. Uso la parola convivere perché la trovo più appropriata rispetto alla comune parola integrazione. Rachida manda i suoi figli a scuola facendogli anche frequentare l’ora di religione. Allo stesso tempo a casa, impartisce i suoi insegnamenti di donna musulmana. Dice loro di non fare differenze e di mettere alla pari le due cose. Di decidere, una volta conosciute entrambe, quale strada seguire. Non so se i cristiani sarebbero disposti a fare una cosa del genere. Molto importante quello che dice alla fine dell’intervista: alla domanda se oggi si sente una siciliana o una straniera, lei risponde…….Siciliana!

Sebastiano: Questi due sono ottimi esempi di integrazione e accoglienza tutti al femminile. Rachida, perché come donna, madre e educatrice sembra aver molto chiara la propria dimensione rispetto al contesto in cui vive. E mi sembra positivo anche l’esempio delle donne nella comunità di Modica. Perché dopo le terribili esperienze della Libia hanno trovato un ambiente ben gestito, portato avanti da persone valide, capaci di creare quella dimensione di familiarità in cui è possibile comprendere quali siano le nuove regole, i nuovi usi e costumi di questa, per loro, nuova Italia.

Qualche informazione sul documentario:
«Fin dall’inizio abbiamo pensato che questo film dovesse in qualche modo avere una diffusione diversa da quelli dei canali standard cinematografici – spiega Francesco Di Martino – Il nostro intento non era quello di creare un prodotto cinematografico, ma più che altro creare un lavoro cinematografico che potesse essere divulgato nei canali studenteschi universitari, circoli culturali e associazioni, insomma dove c’è gente che ha voglia di dare uno sguardo al cammino e tutte le difficoltà che i migranti affrontano una volta sbarcati in Sicilia. Da qui nasce la campagna «distribuisci dal basso», dove ogni persona dopo la proiezione del film, che stiamo facendo per via di un Tour Regionale [partito lo scorso 15 giugno da Catania, e che fino a ora conta 20 proiezioni] può acquistare una copia del film e così contribuendo in due modi:

1. La campagna distribuisci dal basso consiste nel comprare la copia del dvd e masterizzare tutte le copie che si vogliono per regalarle ad amici e parenti. Si può anche organizzare una proiezione del film senza bisogno che siano presenti gli autori quando e come si vuole [comunicando la data agli autori solo per poter pubblicizzare la proiezione sul sito ufficiale attraverso i comunicati stampa].

2. Ci aiuta a finanziare il tour nazionale del film, che partirà appunto da Roma il 25 settembre.
Abbiamo fatto un calendario e andremo in diverse località, per diffondere il nostro lavoro in un panorama nazionale fuori dai classici canali cinematografici, e l’acquisto quindi ci permette di poterci pagare gli spostamenti con i proventi del film. Ci tengo infine a ringraziare Corrado Iuvara, che ha curato tutto il montaggio del film, Angelo Moncada che si è occupato del Suono e della Musica, Davide Di Rosolini e Costanza Paternò per aver prodotto la musica, e i Trinakant per averci concesso un brano nel film, e Cristian Consoli per il progetto grafico e le foto di scena. Ovviamente chi ha creduto nel nostro progetto, finanziandolo inizialmente, e tutte le persone che ci hanno aiutato nella produzione vera e propria, lista che sarebbe troppo lunga che trovate nei Titoli di Coda».

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Sporchi da morire, il film su inceneritori e nanoparticelle

“Difficilmente le nuove generazioni ci perdoneranno per questo suicidio ambientale” questo il sottotitolo al film documentario di denuncia dell’oncologo Lorenzo Tomatis, realizzato da Marco Carlucci – filmmaker indipendente – David Gramiccioli – giornalista e conduttore radiofonico e Matteo Morittu – autore cinematografico e televisivo. Un viaggio nel mondo degli inceneritori, delle nanoparticelle e delle alternative possibili, alla ricerca della verità che ha portato Gramiccioli in un viaggio tra l’Italia, gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi, la Germania, la Francia, la Spagna e l’Austria.

Il film-documentario nasce da alcune domande. È vero che gli inceneritori fanno male? Perché in Italia si continuano a costruire questi impianti mentre nel resto del mondo si stanno smantellando? Quali sono i rischi concreti per la salute? Quali sono i danni provocati dalle micro- e nano-particelle? Quali sono le possibili alternative?

Dopo Biutiful Cauntri ecco un film-documentario che indaga il mondo degli inceneritori, delle nanoparticelle e delle alternative possibili.

www.sporchidamorire.com/doc

Biutiful cauntri

Per ora ha ricevuto una menzione speciale al Festival di Torino «per il raggiunto equilibrio tra impegno e rigore espressivo», e non è poco. «Biùtiful cauntri», il documentario che racconta i crimini ambientali che da oltre quattordici anni subisce la Campania, è partito bene, anche se è ancora in attesa di un distributore con un po’ di animo.
Il film è una fotografia reale e cruda di anni di violenza indisturbata subita dai cittadini, che svela la barbara attività dell’ecomafia. Qui non troverete pistole e proiettili ma rifiuti tossici, cave abusive, diossina, scarti velenosi di fonderia, allevatori che vedono giorno dopo giorno morire le loro pecore avvelenate da terreni malsani, cittadini che coltivano pomodori e pesche e che allevano bufale contaminate dal percolato che trabocca dalle discariche vicine.
A girarlo e sceneggiarlo, nell’ormai tristemente famoso «triangolo della morte» [Afragola, Giugliano, Acerra, Qualiano e Villarica], così chiamato per l’altissima incidenza di tumori, sono stati i «filmaker» Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero.
Li abbiamo incontrati per discuterne.

Una delle cose che colpisce del documentario è che ormai è diventato «naturale» che a nuova discarica corrisponda la militarizzazione del territorio.

Peppe Ruggiero: L’esperienza del passato ha dimostrato che qualsiasi cosa ha fatto lo Stato in Campania per l’emergenza rifiuti è fallita. Questa gestione ha portato complicazioni sia dal punto di vista tecnologico, sia dal punto di vista sociale, ma anche e soprattutto danni ambientali. Questa situazione ha portato alla sfiducia dei cittadini, specialmente dopo tredici anni di commissariamenti. L’errore principale è stato quello di non avere mai cercato la concertazione con la popolazione, che è quella che subisce i danni in prima persona: le scelte, invece, calano dall’alto, come con la militarizzazione appunto.
Ancora oggi la scelta dei siti avviene senza che la popolazione sia ascoltata. Pensiamo alle ultime dichiarazioni del prefetto Pansa, che dice che laddove ci dovessero essere altre proteste lui userà la forza.
Esmeralda Calabria: è indubbio che ci sia una militarizzazione del territorio, che è stata giustificata in nome della «risoluzione del problema». Quello che fa impressione è che il concetto che si vuole fare passare è quello che «si sta difendendo la proprietà dello Stato». Come se la cosa non riguardasse noi tutti.

La chiamano «emergenza Campania», come se il problema di quel territorio dovesse rimanere «locale». Nel documentario è forte il messaggio che questa «emergenza» è di tutti, che ci riguarda da vicino.

Andrea D’Ambrosio
: è chiaro che la Campania è la punta dell’iceberg. È il territorio più abbandonato, dove tutto sembra «normale». Il problema riguarda però tutto il paese, perché i prodotti agricoli campani contaminati dalla diossina vanno a finire sulle tavole della Romagna, della Lombardia, ad esempio. Abbiamo cercato di far venir fuori anche il «connubio» tra nord e sud, attraverso le intercettazioni telefoniche che testimoniano il traffico illecito dei rifiuti e in cui si ascoltano diversi imprenditori del nord che sversano i rifiuti delle loro industrie nel territorio campano, ma non solo.

Come funziona il ciclo dei rifiuti tossici? Partono tutti dal nord?

Peppe Ruggiero: Sono quasi tredici anni che esiste, questo fenomeno, e nell’arco del tempo sono cambiate sia le metodologie che le rotte. Ovviamente la rotta principale è quella che va dal nord verso il sud, cioè verso la Campania, che è la parte terminale del ciclo.
Ma piano piano il fenomeno si sta allargando: Basilicata, Molise, Puglia, tutte zone vicine alla Campania, con la Toscana che è diventata il centro di smistamento. Oggi non c’è regione che non sia colpita dal traffico illecito, tranne la Val D’Aosta. In più, si sta intensificando una rotta interprovinciale, cioè all’interno della stessa regione. Se prima zone come l’avellinese o il beneventano erano immuni da questo fenomeno, le indagini della magistratura invece rivelano che sono state colpite.

Parlando con le persone che vivono quotidianamente il problema dei rifiuti in Campania vi siete fatti un’idea di come si possa uscire da questa situazione?

Andrea D’Ambrosio: Ho la sensazione che non se ne uscirà mai. Ovunque guardi non vedi una via d’uscita. Questa è la mia opinione personale.
Peppe Ruggiero: Questa è la sensazione che ognuno di noi ha parlando con la gente. Penso che siamo arrivati a un impazzimento totale. Già continuare a parlare di «emergenza» non ha senso. L’«emergenza» ha un inizio e una fine. La fine dell’«emergenza» in Campania scade il prossimo 31 dicembre, ma sicuramente ci sarà l’ennesima proroga.
È un circolo vizioso, c’è la sfiducia della gente e la sfiducia anche nella tecnologia, perché tutti gli impianti che sono stati costruiti sono obsoleti. La stessa speranza nella raccolta differenziata è scemata, quando la popolazione vede che il materiale raccolto viene buttato nello stesso contenitore o nella stessa discarica. D’altra parte, però, non possiamo rassegnarci e dire che una soluzione non c’è.
Esmeralda Calabria: è impossibile dire come si risolverà la situazione in Campania senza pensare a come si risolverà in Italia. La Campania è lo specchio di una mentalità e di un modo di governare italiano, per cui nel momento in cui si fa un bando di gara e partecipano le più grosse imprese e vince quella con l’offerta economica più bassa, ma anche quella con l’esperienza tecnologica inferiore rispetto alle altre, capisci che non si vuol fare il bene della comunità.
Nel documentario c’è una frase di un contadino che dice «ci vuole la distruzione terreste», come per dire quello che si dovrebbe fare «tabula rasa» e ricominciare da zero. Perché se non cambiano le persone, se non ci sono delle persone oneste che abbiano a cuore il bene di tutti e, soprattutto, se non c’è un ricambio generazionale, le cose non potranno cambiare.
Poi c’è anche un’altra cosa sconcertante. Non c’è nessuno che neghi questa situazione. È un dato di fatto accettato da tutti. Addirittura dalle istituzioni. Un esempio è la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti del 2006. Ne abbiamo usato dei pezzi per non utilizzare una voce fuori campo e lì si illustra esattamente qual è la realtà.
È tutto documentato. Tutti sanno ma tutto resta immobile.