Addio Leo


Leo De Berardinis se n’è andato giovedì scorso a Roma. Aveva 68 anni. Dal 2001 era in coma, a seguito delle conseguenze di un intervento chirurgico.
Attore e regista, tra i più significativi nel panorama del teatro di ricerca italiano, all’inizio della sua carriera realizzò un famoso allestimento del ”Don Chisciotte” con Carmelo Bene.
Ex direttore artistico del Festival di teatro di Santarcangelo di Romagna, è stato fondatore del Teatro di Leo ed uno degli animatori della Cooperativa Nuova Scena negli anni Novanta. Negli anni Settanta, insieme a Pera Peragallo, si trasferisce nell’entroterra napoletano, a Marigliano, dove realizza improvvisazioni teatrali provocatorie e aggressive.
Nel 1983, a Bologna, in collaborazione con la Cooperativa Nuova Scena, mette in scena gli spettacoli shakespeariani Amleto, King Lear – studi e variazioni, e La Tempesta, a cui faranno seguito molte altre produzioni.
Nel 1987 fonda il Teatro di Leo, con cui produce spettacoli, laboratori e incontri. Dal 1994 dirige il Teatro Laboratorio San Leonardo di Bologna in convenzione con il Comune di Bologna. Dal 1994 al 1997 assume la direzione artistica del Festival di teatro di Santarcangelo di Romagna.

Questo è un ricordo che Claudio Meldolesi, storico del teatro e accademico dei Lincei, ha scritto nel 2002

“Maestro di teatri fra loro lontani”

Leone de Berardinis, in arte Leo, ha continuato a distinguersi nel nostro tempo: nessun altro è giunto a fare di un’esperienza incondizionata dell’arte, come la sua, una sintesi di depurati valori socio-culturali.

Cosa che può dirsi delle sue stesse aggressive improvvisazioni degli anni ’70, anche se è stata la successiva levità nel rimanifestare mondi e azioni a rivelarsi essenzialmente lirica e di rottura non solo contingente.

“Unica” ha detto di recente la sua presenza nel teatro italiano Sanguineti, e si è indotti a precisare che, per questa via, egli è naturalmente divenuto un attore oltre la recitazione stessa : della scrittura, della regia, della luce, della musica, in ogni spettacolo.

Ciò non vuol dire che si debba considerare il più grande artista della nostra scena, ma certo quello che più ha scavato e unito intorno a sè fino a rimanifestare in sintonia varie esperienze dell’arte, perchè esistessero ancora fra gli uomini: senza cedere a involuzioni come quella del De Chirico postmetafisico, quando ritornato a misurarsi con canoniche procedure.

Da creatore ubiquo lo abbiamo così visto coniugare con Shakespeare bellezze di Mozart, Joyce, Caravaggio, di Dante e della Bibbia, lasciando uno spazio vitale a controcanti alla Totò.

Tanto che ha potuto fare del contrasto e dell’incursione di vita un fattore di costitutiva indipendenza dagli stessi suoi iniziatori alla scena, da Eduardo come da Carmelo Bene, quarant’anni or sono.

Da allora, a ben vedere, Leo è proceduto per conquiste interartistiche e sperimentazioni capaci di coniugare forma e vita anche da refrattario, come d’avanguardia è restato il suo gestus, pur meno esplicito, negli ultimi anni.

Il tras-ri-formismo degli ani ’70 lo ha indotto a una maturità poetica altra da quella cercata nel tempo delle perdite, bisognose di memoria.

E, comunque, egli ha continuato a coltivare anche il rischio nelle sue ricerche sapendo di dover giuocare con esse per raggiungere forme povere ed essenziali contrasti.

La fisica stessa ha studiato per giungere i disequilibri necessari al suo esserci scenico come per resistere agl’immediati rispecchiamenti del sociale.

Ma si dovrebbero cancellare i “per” e i “perciò” da questo scritto vivendo di affioramenti le sue creazioni, pur socialmente vive.

Quanto abbiamo detto sulla sua levità, il suo agire fra le arti e il suo bios d’avanguardia, non è scindibile da questa disposizione all’affioramento, che lo ha portato ad agire da attore artista, la figura teatrale creata dalla Duse e specificata, prima di lui, dai suoi iniziatori sopra richiamati.

Può farsi infatti artista, oggi, solo l’attore che fa mondo oltre le divisioni del lavoro teatrale.

Ed è stata la conseguente visione infinita dell’esito teatrale a coinvolgerlo nell’arte di Sanjukta Panigrahi come a fargli riscoprire la permanenza dei Giganti della montagna pirandelliani e rilanciare la sua vocazione pedagogica, quale ambito di applicazione dell’arte esercitata.

Nell’arduo combattimento vitale che sta ora realizzando si è però portati a pensarlo di tanto in tanto alleviato da reminiscenze di Shakespeare e Totò, quali artisti delle fragilità irriducibile e della capacità di rimanifestare le apparizioni, a dispetto del reale supposto.

Chi può misurare gli impulsi primari di Leo?

Si pensi a quanti artisti ha aiutato prospettando maggiori possibilità; e si pensi alla serenità delle sue prove.

Nessun altro regista ho visto orientare gli attori manifestando loro fiducia e distanza maieutica.

Nessun altro, ho visto, dotato della sua capacità di rivalorizzare magicamente il vissuto, rivolgendosi all’uno come era stato agli inizi, un portatore di differenze pugliesi, e all’altro da esploratore del preconscio, con la mai dimenticata Perla Peragallo e con Charlie Parker.

E poichè di scoperte e innamoramenti transitivi si è poi ancora nutrita l’arte sempre desta di Leo, anche gli anni delle riappropriazioni di Marigliano hanno acquisito per certi altri suoi attori il peso di un’età dell’oro, condivisibile ancora.

La stessa ultima e schiva ricerca dei gruppi si è a lui rifatta, specie per la maestria nell’essenzializzare la forma guida degli spettacoli; e sia sul versante degli scavi ulteriori nel tragico e nel meraviglioso sia su quello delle sintonie mentali.

Le quali sono state preziose anche per le perlustrazioni dell’antico di vari storici del teatro stessi.

La sapienza raggiunta da Leo colpisce perchè conquistata di persona.

Sull’alcolismo stesso è prevalsa…

Non si è limitato a entrare nella vita con l’esperienza del teatro: il suo esercizio della scena senza confini ha aiutato molti a capirsi come uomini e come artisti, essendo disposto anche a confrontarsi in solitudine con un gruppo di jazz freddo.

Un imprevisto umanesimo ha suscitato, con Amleto, Totò e a mani nude con la straordinaria sua scuola di attori e tecnici educato all’arte.

Così la sua globale arte scenica ha rilanciato l’idea del goethiano Wilhelm Maister, del teatro come spazio degli incontri con le dimensioni oscure della vita e di rilancio delle disposizioni d’artista, sullo sfondo di quelle collettive.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: