Expo, come in un film di James Bond

Dopo mesi di battaglie, moltissimi soldi investiti per promuovere la sua candidatura e emissari inviati a perorare la causa, Milano ha vinto, avrà la suo Expo nel 2015.
Ha vinto un modello di sviluppo certamente non sostenibile e eco-compatibile. È il modello cavalcato dal sindaco Letizia Moratti e dal presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni che ha di fatto trasformatola città in una «città diffusa» e l’intera pianura padana in una megalopoli grande oramai come Bombay. Come dicono quelli del Comitato No Expo, e non solo loro, questo è il modello di sviluppo di cui l’Expo è paradigma. Una macchina infernale che muoverà 20 miliardi di euro di investimenti, non solo per Milano ma anche per la provincia. Dei 20 miliardi in cantiere, infatti, tre miliardi e 200 milioni serviranno a completare e iniziare anche nuove infrastrutture.
Non ha caso è stata scelta l’area vicino al Nuovo polo fieristico [che ha richiesto un investimento di 750 milioni di euro] che ne è già abbondantemente dotato. Ad esempio la Tav Torino-Milano che arriva qui, proprio a Rho-Pero. Ma l’elenco delle infrastrutture è lungo, si va dalla Bre.Be.Mi [l’autostrada «direttissima» che collegherà Brescia a Milano], alla Pedemontana, passando per la Tangenziale est, solo per citarne alcune.

Lo slogan studiato per la candidatura e tema dell’Esposizione Universale è «Feeding the planet, energy for life», cioè «nutrire il pianeta, energia per la vita». Agricoltura, ma anche qualità e sicurezza dell’alimentazione, il cibo, laprevenzione di malattie–come l’obesità e le patologie cardiovascolari ma anche l’ambiente saranno al centro della grande kermesse che, a detta del sindaco Moratti, dovrebbe essere a «impatto zero». Un’impresa davvero ardua se si pensa che in progetto ci sono 1,7 milioni di metri quadri di nuovi padiglioni con 200 metri di torre, la Expo Tower, finanziati da privati, Governo, Regione, Comune, Provincia e Ue.
Come ricorda oggi l’europarlamentare Vittorio Agnoletto, «nel luglio 2007, è stato siglato un accordo tra Ente Fiera, il Gruppo Cabassi e comune di Milano in cui vengono definiti i termini per l’uso e la trasformazione del territorio: l’area è stata ceduta al Comune in cambio della variazione della destinazione d’uso. Ciò significa che una volta finita l’Expo due milioni di metri quadrati attualmente a destinazione agricola saranno edificabili. E il solo vincolo sarà il divieto di installare attività produttive insalubri, nessun altro limite al cemento. Il timore è per tanto che Milano diventi per quindici anni un enorme cantiere, con l’ulteriore paralisi del traffico urbano ed extraurbano, con nuove autostrade, tangenziali e la terza pista a Malpensa al posto di una rete di trasporti pubblici efficiente e non inquinante, con piste ciclabili, che è quello di cui avremmo bisogno».

Questa colata di cemento e speculazioni sono già al centro delle lotte dei comitati e dei cittadini che da anni denunciano lo scempio ambientale del territorio. Ad iniziare proprio da Rho, dove il 19 aprile si terrà l’«Assemblea regionale dei territori resistenti», un momento di confronto che affronterà i bisogni della gente e del territorio, i trasporti locali, ad esempio, oppure gli alloggi. Bisogni reali, che non hanno niente a che fare con tutto il carrozzone virtuale e parallelo all’Expo: padiglioni virtuali dove poter prenotare eventi, spettacoli, ristoranti, ecc, all’interno dei quali ogni visitatore sarà sostituito da un avatar, ossia un «io» virtuale. Mentre chi lavorerà all’interno della Fiera, per tutti o sei mesi, potrà accedere alle aree riservate allo staff solo dopo essersi sottoposti allo scan dell’iride, proprio come nei film di James Bond.

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