Greenpeace all’assalto del nucleare slovacco

Gli attivisti di Greenpeace vestiti con le ormai note tute di colore giallo lo scorso 7 marzo avevano bloccato l’entrata della sede principale di Erste Bank, nel centro di Vienna, per protestare contro la decisione della banca di finanziare il completamento dei due reattori nucleari di Mochovce, in Slovacchia, a circa 550 chilometri da Venezia.

Il progetto per la costruzione dei reattori risale agli anni ’70 e come da tempo denuncia l’associazione ambientalista: «Non hanno nessun guscio di contenimento che possa prevenire il rilascio di radioattività nell’ambiente nel caso di incidente rilevante». In questo caso la cosa è ancora più complicata perchè non c’è neanche la Via, la valutazione d’impatto ambientale, obbligatoria secondo le normative europee.
«La scusa – dicono quelli di Greenpeace–è che l’autorizzazione a costruire venne data nel 1986, prima dell’entrata in vigore della Direttiva europea sulla Via». «La Via è fondamentale per dare l’opportunità ai cittadini di partecipare al processo decisionale, presentando osservazioni al progetto», aveva commentato giorni addietro Karel Polanecky, responsabile campagna nucleare di Greenpeace in Slovacchia, dichiarando l’intenzione dell’associazione di citare in giudizio il governo slovacco.
Negli anni il progetto ha subito numerosi cambiamenti e secondo la legislazione europea e i regolamenti della Corte europea di Giustizia «I progetti con una licenza pregressa alla nuove norme europee devono ugualmente essere sottoposti a Valutazione di Impatto Ambientale nel caso di modifiche sostanziali», aveva aggiunto Eva Kovacechova, legale di Greenpeace.

Oggi gli attivisti sono tornati alla carica davanti alle agenzie di Banca Intesa Sanpaolo dando vita in 21 città [tra cui Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli, Palermo e Catania] ad una nuova protesta contro la centrale nucleare. Banca Intesa, come la Erste Bank, ha deciso di finanziare il progetto e ad oggi ha messo ha disposizione bel cento milioni di euro. Gli attivisti hanno consegnato volantini informativi ai passanti sui quali si poteva leggere i gravi rischi connessi al completamento dei reattori di Mochovce.

A Catania, ad esempio, si sono trovati davanti agli sportelli del gruppo finanziario, in Corso Italia 91. «Si tratta di un progetto estremamente pericoloso perché i reattori non hanno alcun guscio di contenimento che possa proteggerli da eventi esterni come la caduta di un aereo», ha affermato Claudio Chibbaro, responsabile del Gruppo locale di Greenpeace-Catania.

Al progetto partecipa anche l’italiana Enel, che ha allungato gli artigli anche sulla centrale nucleare Belene in Bulgaria. Come non potrebbe del resto? La centrale, infatti, è di proprietà della Slovenske Elektrarne, che dal 2005 al 66 per cento appartiene all’Enel che ha deciso di completare i reattori entro il 2012 dopo l’accordo siglato un anno fa il primo ministro slovacco Robert Fico e l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti.

Altra questione è anche quella dell’economicità del progetto che, come ha detto il direttore delle Campagne di Greenpeace, Giuseppe Onufrio «è fortemente discutibile: 1.9 miliardi di euro per 880 Megawatt, pari a cinque volte il costo di una centrale a gas della stessa potenza. Comprare una Duna al prezzo di una Ferrari significa buttare i soldi dalla finestra e mettere a rischio la vita dei passeggeri. Attualmente Enel investe nel nucleare tre volte tanto che nelle rinnovabili». Insomma di «Rivoluzione dell’efficienza», come titola l’ultimo rapporto di Greenpeace sull’efficienza energetica, non se ne parla ancora. Un dato su tutti: nel nostro paese con sistemi di controllo automatico e non, in grado di spegnere i macchinari quando non lavorano, sarebbe possibile entro il 2020 risparmiare 6,5 miliardi di kilowattora all’anno, pari alla quantità di elettricità prodotta in un anno da una centrale da mille Megawatt.

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