Gente di Pianura

Salvatore era operaio all’Italsider di Bagnoli, è in pensione ormai da tempo. Non è andato in Cina, come l’ingegnere del libro di Ermanno Rea, «La dismissione», che racconta dello smantellamento di quella cattedrale dell’industrializzazione del sud. Salvatore vive a Pianura. Fa i turni di vigilanza al presidio. Lavorava nella «cokeria», dove si distillava il carbon-fossile per la produzione del coke: grandi bocche infuocate che sbuffavano fumi su per un’alta ciminiera di mattoni rossi. Dell’Italsider oggi non resta nulla ma nel piano di ristrutturazione e di bonifica dell’area di Bagnoli la cokeria non sarà demolita: la torre resterà in pedi, testimone del tempo che passa. «Ne ho viste tante – dice Salvatore – Battaglie per il lavoro, presidi in fabbrica, turni di lavoro e i miei compagni morti: quanti ne sono morti di tumore. Un mese fa, dopo l’operazione di masteoctomia, è morto un mio amico, non ha avuto neanche il tempo di capire e nemmeno noi».
Oggi è per il quartiere che il vecchio operaio si dà da fare: «Questa terra – spiega, seduto sotto il tendone e di fianco a un fuoco che serve a scaldare la gente del presidio – ha già dato: la discarica è rimasta aperta per quarant’anni e la gente continua a morire ancora oggi. Lo sappiamo tutti che qua non c’è solo la spazzatura di casa nostra, ma quella ‘speciale’, quella tossica». Fuori dal tendone piove e c’è chi si ripara sotto la pensilina di una pompa di benzina là vicino. «È un gioco di potere sulla vita della gente – dice – ma l’ultima camicia è senza tasche, niente si porta nell’aldilà». La casa di Salvatore è ad un passo dalla discarica. La maggior parte delle case sono abusive, alcune condonate, altre in attesa. Tutte però sono senza fogne, nessun allaccio alla rete principale, si scarica nei pozzi neri e quando sono pieni si chiama l’autospurgo che provvede a svuotarli.
Alcuni raccontano che, negli anni passati, l’amministrazione tentò di «scambiare» le nuove fogne con altra immondizia da scaricare. «Un ricatto», dicono. «La mia è una vita semplice – dice Salvatore – ho la gatta da far mangiare al mattino, poi vado nel mio orto a curare le piante. Non uso concimi. Se a giugno l’orto secca, lascio che la natura faccia il suo corso, in settembre tutto rinasce e raccolgo le nuove verdure che nascono spontanee dai semi caduti nel terreno. Quando i miei amici me ne chiedono un po’, gli dico ‘Ma siete sicuri? L’orto è vicino alla discarica, chi lo sa cosa c’è nel terreno’. Loro rispondono che ‘tanto è uguale, qui o da un’altra parte è tutto inquinato’. Per non parlare del mio cibo preferito: la mozzarella. Un tempo, tre o quattro volte la settimana era sulla mia tavola, ora ogni quindici giorni, non posso rinunciarci. Ma quando sto per mangiarla penso: ‘Cosa ci sarà dentro?’».

Pianura è lontana dal cuore di Napoli. Per arrivare in città i passeggeri dei treni che vengono da nord e da sud saltano le fermate di Mergellina e Campi Flegrei e scendono in piazza Garibaldi. La stazione di Napoli centrale segna il confine tra il centro e la periferia orientale del «paese d’o’ sole». Da qui si è subito risucchiati nel melting pot
napoletano: stradine tortuose abitate da cinesi, africani, gente dell’est europeo. È qui che lo scorso 9 gennaio si è fatta la fiaccolata per chiedere che la discarica di Pianura non venga riaperta, che si inizi a fare la raccolta differenziata, che l’infinita «emergenza rifiuti» finisca. Quel giorno gente da tutti i quartieri è scesa nel cuore di Napoli per sostenere una lotta comune in difesa della salute e dell’ambiente. La speranza di tutti è che quella manifestazione non sia stata un episodio, che i cittadini restino uniti.
Ma a guardare la città in questi giorni il dubbio viene. Proprio a partire dalla «monnezza».
In centro non la vedi, non c’è traccia di sacchetti maleodoranti, i cassonetti vengono svuotati regolarmente, le strade spazzate. Ma se ti sposti verso nord, per arrivare a Fuorigrotta, lo scenario cambia di colpo appena si imbocca la strada che porta al quartiere di Pianura, che era uno degli antichi casali di Napoli [Casale Planurri]. Per arrivarci si sale per un’arteria ripida: via Vicinale Trencia, via comunale Catena, poi via Giustino Russolillo. Al centro c’è la rotonda che è stata l’epicentro degli scontri. Poliziotti vigilano accanto a quattro o cinque blindati. La spazzatura è ovunque, si fa fatica a camminare sui marciapiedi, bisogna fare lo slalom tra i cassonetti che traboccano di rifiuti. La strada che porta alla discarica di Contrada Pisani è ormai celebre, perfino le tv globali la citano: via Montagna Spaccata. Lungo il cammino
si vedono i resti della spazzatura bruciata per cancellarne l’odore, frammenti delle «barricate» tirate su per non lasciar passare i camion. Di fronte all’entrata della discarica, il presidio: un tendone grande, verde, tenuto in piedi da un tubo di plastica arancione. Uomini e donne siedono intorno al fuoco che brucia in una vasca da bagno recuperata chissà dove. «L’arte di arrangiarci ce l’abbiamo nel sangue», dice Davide. È un fuoco che brucia dal 27 dicembre, primo giorno del presidio. Ci sono anche i giornalisti della Ard, «una specie di Rai Uno tedesca», dice l’operatore. Si chiacchiera del più e del meno anche se l’argomento principale resta lei: la discarica.

Floriana lavora in casa, è gentile e offre caramelle. Parla con voce roca, effetto delle notti all’addiaccio. Saluta le donne del presidio che le fanno gli auguri, è il suo anniversario di matrimonio, ha quattro figli, e oggi è qui. «La nostra è una protesta spontanea – spiega – è nata piano piano, è auto-organizzata. Siamo tutti uniti. Quando ho saputo che la polizia aveva caricato, ho pianto. Sono nata qui e con la discarica convivo da sempre. All’inizio, quando è stata aperta, stavamo male. L’odore era talmente forte e l’aria era irrespirabile. Però c’è anche da dire che non avevamo la consapevolezza che abbiamo ora delle conseguenze, e quindi non ti ribellavi. È stata una cosa piovuta dal cielo, si doveva sopportare. 43 anni di discarica. Poi, dopo averla chiusa, ci hanno promesso la ‘riqualificazione’. Sono dodici anni che aspettiamo, non abbiamo avuto niente. Se i cittadini non fossero scesi in piazza, avrebbero cominciato di nuovo a scaricare. È possibile abusare così della gente? A ‘loro’ – dice alludendo ai politici, alle istituzioni–non importa se qui si muore. Già non li sentivamo vicini prima, ora è peggio. Vivono nei loro palazzi, lontani da noi. Noi abbiamo delegato, altrimenti i politici che ci stanno a fare? Ma se noi cittadini sbagliamo veniamo puniti: Bassolino, Iervolino e Prodi cosa pagheranno?». E i ragazzi che
di notte hanno dato l’assalto agli autobus o ai mezzi dei vigili del fuoco? «Noi non li conosciamo – dice lei – e ci fanno una pubblicità negativa. Il presidio è pacifico, qui siamo padri e madri di famiglia e quando la polizia è arrivata qui, ci hanno sempre trovati con le mani alzate».

Al presidio la gente di Pianura, di Contrada Pisani, Quarto, Soccavo e dei quartieri vicini va e viene. Anche per pochi minuti, per portare sostegno. Tra di loro c’è Crescenzo. Si è offerto come portavoce del Comitato, strappando ogni giorno qualche ora del suo lavoro in banca. Anche lui parla di abbandono: «È questa la sensazione che lo Stato ha provocato, nonostante le nostre denunce. Nonostante negli ultimi quattro anni ci siano stati incontri regolari con il sindaco Iervolino, non abbiamo percepito la reale volontà di procedere alla bonifica. Siamo a tre chilometri in linea d’aria dal salotto della città, e non lottiamo solo per la nostra salute ma per quella di tutti. Questa non è una semplice protesta per dire no a una discarica ma per dire no alla riapertura di un sito dove ci sono rifiuti tossici e nocivi. Lo sversamento di rifiuti accenderebbe una miccia che loro stessi non saprebbero come spegnere. La gente immagina un futuro libero dall’illegalità, dai soprusi della criminalità organizzata e delle istituzioni. La società civile ha preso consapevolezza delle sue potenzialità e dei suoi obiettivi, ma dobbiamo recuperare la capacità di indignarci e di mostrare l’assoluta incapacità della classe dirigente».
Si aspetta la decisione del «super-commissario» Gianni De Gennaro. Il fuoco nella vasca brucia basso sotto il cielo di plastica verde del presidio che ormai per molti è diventata una seconda casa. Per tenere al caldo anche gli animi si stappa lo spumante e si affetta il pandoro.

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