Il nucleare a vent’anni dal referendum, intervista a Massimo Serafini

A vent’anni dal referendum antinucleare cosa è cambiato in Italia? Risponde *Massimo Serafini* del Contratto Mondiale per l’energia e autore, tra l’altro, di uno degli articoli contenuti su Carta etc di novembre dedicato a «OtherEarth», il Controvertice dell’altra energia che si tiene a Roma dall’10 all’15 novembre alla Città dell’altra economia.

L’8 novembre di quest’anno ricorre il 20° anniversario del referendum antinucleare. Cos’è cambiato in questi vent’anni?

Le ragioni di quel no sono ancora valide però non è cambiato assolutamente niente, hanno solo aggiunto delle generazioni – si parla della quarta – ma non si sa ancora dove mettere le scorie. Non c’è nessuna sicurezza intrinseca

Ieri la Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia ha pubblicato il «World Energy Outllok», il suo rapporto annuale, nel quale si lancia l’allarme per l’escalation dei prezzi, da qui al 2015. Quello che sembra voler dire il rapporto, tra le righe è che visto che il petrolio e il carbone sono destinati comunque a finire ci sarà un «necessario» ritorno al nucleare. Cosa ne pensi?

Penso che ci sia una grande questione speculativa sotto queste affermazioni. Mi spiego. I prezzi alti del petrolio, nella misura in cui l’approvvigionamento viene garantito o dalle guerre, o da minacce, o dai tentativi di trovare dei pretesti per altre guerre, garantisce prezzi alti alle grandi compagnie energetiche e anche grandi profitti. Contemporaneamente queste sono consapevoli, perchè i primi a dire che il picco di Hubert è ormai vicino sono loro, che bisogna costruire un’altra alternativa. L’alternativa cosiddetta atomica è più sbandierata che non realistica, perché ormai sono decenni che non si installano nuove centrali. E non si installano esclusivamente perché i costi elevatissimi per la sicurezza devono essere coperti. Penso a tutto ciò che riguarda lo smaltimento delle scorie ma anche l’approvvigionamento dell’uranio, che è risorsa non rinnovabile, e che quindi di fronte ad un aumento di domanda vertiginosa finirà con la stessa rapidità con cui finirà il petrolio.
Quindi ho l’impressione che si dica “costruiamo alcune centrali” ma solo se lo stato può garantirne il finanziamento. Questo perché non c’è nessuna assicurazione disposta a coprire un investimento del genere, né un investitore disposto a buttarci i soldi sapendo che, per giunta, non serve neanche alla questione climatica. Il risparmio di CO2, infatti, comincerebbe tra quindici anni.
Per ultimo l’energia nucleare serve per produrre elettricità. I consumi elettrici però coprono solo il 16 per cento, per stare all’Italia, dei consumi globali; tutto il resto è: riscaldamento delle case, benzina per le macchine. Il nucleare non risolve alcuno dei problemi, compreso quello degli alti costi.

L’Italia però va in controtendenza. Cosa ne pensi dell’investimento dell’Enel nella centrale nucleare bulgara?

Questo è puramente speculativo, come tutte le cose che fa l’Enel. La società su invito, prima del governo Berlusconi ma non smentito oggi dal governo Prodi, va ad investire nelle centrali nucleari dell’est. La speculazione sta nel fatto che si comprano crediti di emissione che verranno contabilizzarti, perché il Parlamento europeo ha sdoganato il nucleare come “risparmiatore” di CO2.

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