Il Po all’asciutto

I camiamenti climatici, e la conseguente siccità che sta aggredendo l’Australia, non è un caso a sé. Esiste anche in Italia. Ormai si chiama «emergenza», anche se, per il momento, in forme molto meno drammatiche di quelle australiane. Mentre il 4 maggio il consiglio dei ministri si è riunito in un summit per correre ai ripari, il livello dell’acqua del Po, il più grande fiume d’Italia, è sceso di 37 centimetri–in una sola settimana–nella zona di Pontelagoscuro, una frazione di Ferrara, e a Cremona è sceso di sette metri e sei centimetri sotto lo zero idrometrico. Sono lontani i tempi in cui sul naviglio pavese, il canale più utilizzato per la navigazione e che collegava Milano con il mare Adriatico, si trasportavano pregiati vini, sale ma anche materiale da costruzione.

Nel 1930, la chiusura della cerchia dei navigli declassò tutta la rete delle vie d’acqua che faceva capo a Milano: le ferrovie e i camion avevano sostituito le vie d’acqua. Oggi nessun barcone percorre più quel naviglio che, offeso dall’inquinamento, è un reperto significativo della cosiddetta «archeologia industriale».

La causa della crisi idrica del Po va ricercata indietro nel tempo. Siccità a parte, che è diventata ormai strutturale dal 2003, sono molte anche le cause storiche. Come i continui prelievi d’acqua, e la mancata costruzione d’invasi e piccoli laghi per la raccolta dell’acqua dolce, che invece scivola via fino all’Adriatico, ma anche i costanti prelievi di ghiaia, prima esclusivo lavoro dei «geròoi», i ghiaioli, con i loro gabbiotti di fil ferro, poi delle escavatrici meccaniche. E tutto per assecondare la corsa a quello che un tempo si chiamava «boom edilizio» e che oggi si chiama invece «corsa allo sviluppo», come spiega nella pagina precedente il climatologo Luca Mercalli.

«A proposito del Po, c’è un problema di prelievi di inerti per l’edilizia che sono autorizzati ma anche non autorizzati – spiega Massimo Gargano, presidente dell’Anbi [Associazione nazionale bonifiche] – E c’è anche il problema dello spreco dell’acqua, che viene pompata in mare per evitare che inondi le aree golenali, dove vivono milioni di persone: sono tutte acque dolci che si sprecano».

Ma come correre ai ripari, ammesso che non sia troppo tardi? I tecnici dei ministeri dell’ambiente, delle politiche agricole e dello sviluppo economico si stanno dando un gran da fare con riunioni e «task force», più che altro accentuando il clima «emergenziale» che i media in questi giorni hanno cavalcato. «La causa principale di quella che io non chiamerei emergenza, ma diminuzione della portata d’acqua, dipende da diversi fattori – spiega Lino Tosini presidente, del Consorzio bonifica del Delta del Po, l’ultimo sul corso dell’ex grande fiume–Per dirne alcuni, la caduta anomala delle piogge ma anche la scarsezza d’acqua provocata dallo scioglimento delle nevi e dei ghiacciai, che dovrebbero alimentare il fiume. Ma c’è anche una causa strutturale – continua Tosini – nel bacino del Po abbiamo pochi invasi e pochi bacini montani dove trattenere l’acqua da utilizzare nei momenti di maggiore bisogno. Una soluzione potrebbe essere quella di allagare alcuni campi agricoli, che poi potrebbero servire nei periodi di maggiore scarsità. Il problema è anche che al nord, al contrario che al sud e in tanti paesi europei, non sono mai stati costruiti i bacini di raccolta». Sulle infrastrutture che non esistono e che, secondo alcuni, andrebbero costruite è d’accordo anche Fulvio Bollini, dirigente del settore tecnico gestionale del Consorzio bonifica est Sesia-Novara.

«Ma in Italia è impossibile realizzare nuove dighe, per una serie di ragioni – spiega–La principale è l’impatto ambientale, poi c’è da mettere in conto lo sconvolgimento che si potrebbe creare all’interno di vallate alpine e subalpine e per finire le possibili modifiche del microclima locale. Tutta una serie di ragioni che ne hanno fino ad ora impedito la realizzazione fin dagli anni sessanta».

«Il risparmiare acqua, adesso come adesso – continua Bollini–significa lasciarla andare a mare, perchè non c’è la possibilità di immagazzinarla e di utilizzarla nei momenti di crisi. Quindi, se l’agricoltura, che è la principale imputata di un eccessivo uso d’acqua, in questo periodo non utilizzasse l’acqua non potrebbe comunque utilizzarla più avanti. In questa zona l’agricoltura è praticata con sistemi tradizionali, con irrigazione per scorrimenti o per gravità, ed è vero che richiede tanta acqua. Ma è altrettanto vero che non sono praticabili altri sistemi, come l’irrigazione a goccia che consente minori consumi d’acqua, che va bene per altre colture ma non certamente per il riso. Questo tipo d’irrigazione inoltre non consentirebbe la ricarica delle falde, che in questa zona è fondamentale perché consente un utilizzo delle acque più volte».

Ma qualcosa parrebbe muoversi nella direzione giusta. Si tratta del «Piano degli invasi» proposto proprio dall’Anbi. «Non pensiamo a grandi dighe, a grandi impianti – spiega ancora Massimo Gargano – ma a piccoli invasi, a bacini e laghetti collinari che raccolgano queste acque, evitando che siano immesse in un sistema che poi le disperde. Le acque hanno anche un’importante funzione, cioè quella di ricaricare la falda freatica, la cui scarsità si collega ad uno dei problemi importanti: la salinizzazione delle falde e dei fiumi».

La questione della risalita del «cuneo salino» per decine di chilometri lungo il corso d’acqua è un’altra preoccupante conseguenza della siccità e dell’abbassamento del livello dell’acqua, che in più di cinquant’anni ha perso più di cinque metri. Se avanzasse ancora, l’acqua salata, che ora pare sia al 4 per mille [il massimo tollerabile per le colture è poco più dell’uno per mille], ed è risalita per circa 20 chilometri, renderebbe impossibile i prelievi per l’irrigazione, pregiudicando anche quelli ad uso umano, contaminando le falde e modificando la flora locale. Il danno non sarebbe solo economico ma anche ambientale. «Se questa situazione dovesse continuare – dice ancora Lino Tosini–tutta l’acqua disponibile nella parte terminale del Delta diventerà acqua salata e bisognerà chiudere tutte le derivazioni ». Questo non è il primo anno in cui la risalita dell’acqua salata si manifesta: negli ultimi anni è arrivato a 20 chilometri dal mare, nel 1960 era di due chilometri.

«Allora il Consorzio di bonifica del Delta del Po aveva predisposto delle porte a vento per fermare la salinità – spiega Luigino de Marchi, che di mestiere fa il fattore a Cà Vendrami, un comune della provincia di Rovigo, a circa 15 chilometri dal mare – ma non hanno funzionato. Noi agricoltori ci siamo difesi cercando di scavalcare il mese e mezzo più pericoloso caricando di acqua le risaie. Da due tre anni la siccità però è diventata costante e se prima cominciava a maggio quest’anno è iniziata molto prima e il riso non lo abbiamo proprio seminato». Anche l’azienda agricola che produce meloni, radicchio, mais ed erba medica dove lavora Nerino Canella, a Occa Marina [Rovigo], ha seri problemi con il «cuneo sarino»: «L’anno scorso abbiamo raccolto il trenta per cento in meno e a luglio non siamo riusciti neanche a seminare il radicchio trevigiano. Quest’anno è uguale, il grano soffre molto, il mais che abbiamo seminato da un mese è ancora basso e se non piove chissà come andrà a finire».

Neanche nella pesca le cose vanno meglio. «L’aumento della salinità dell’acqua–spiega Antonio Gottardo, responsabile regionale Veneto Legapesca-Legacoop – può comportare un aumento della temperatura delle acque anche a causa del basso ricambio tra l’acqua dolce e quella salata. Tutto questo comporta fenomeni di anossia, cioè una mancanza di ossigeno, che compromette l’attività di prelievo del prodotto, che in in questo caso è la vongola filippina».

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